Indagine Confapi: tornano a crescere fatturato, produzione e ordini delle imprese bresciane

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Il secondo trimestre del 2026 restituisce un quadro congiunturale in miglioramento per le PMI bresciane, con segnali positivi soprattutto sul fronte di fatturato, produzione e ordinativi. È quanto emerge dall’analisi del Centro Studi di Confapi Brescia su un campione di circa 100 imprese associate, in prevalenza metalmeccaniche.

Il dato più significativo riguarda il fatturato: nel secondo trimestre, il 51% delle intervistate segnala una crescita, contro il 31% dei primi tre mesi dell’anno. Parallelamente, si riduce in modo netto la quota di aziende che registra una contrazione, passata dal 39% al 23%, mentre il 26% indica stabilità. Un andamento che conferma un cambio di passo rispetto all’inizio dell’anno, pur all’interno di una ripresa caratterizzata da incrementi generalmente contenuti.

La stessa dinamica si ritrova nella produzione. Il 51% dichiara, infatti, un aumento, contro il 26% del trimestre precedente, mentre scendono dal 35% al 22% le intervistate che segnalano una riduzione. Migliora anche il quadro degli ordinativi: le imprese che registrano una crescita salgono dal 33% al 49%, mentre passano dal 41% al 22% quelle che registrano cali.

«I dati del secondo trimestre sono migliori delle attese e rappresentano un segnale certamente positivo, soprattutto dopo un avvio d’anno debole – afferma Pierluigi Cordua, presidente di Confapi Brescia e Lombardia -. La crescita di fatturato, produzione e ordinativi dimostra la capacità di reazione del nostro sistema industriale. È, tuttavia, necessario mantenere un atteggiamento prudente: la ripresa non è ancora consolidata e il recente inasprimento del conflitto in Medio Oriente rischia di produrre nuove conseguenze sulle rotte del commercio internazionale, sulla disponibilità delle materie prime e sui relativi prezzi».

A preoccupare, in particolare, è l’evoluzione dei costi. Se nel primo trimestre la principale criticità era connessa all’energia, nel secondo il quadro cambia. I costi energetici risultano stabili per la gran parte delle imprese. Si intensifica invece la pressione sulle materie prime: il 55% segnala un incremento dei costi e, soprattutto, cresce in modo significativo la quota di aumenti marcati.

«Dopo una fase di relativa stabilizzazione, le recenti impennate del petrolio confermano quanto rapidamente le tensioni geopolitiche possano trasferirsi sui costi industriali – osserva Cordua -. Particolare attenzione deve essere riservata al gas, considerato il peso strategico dell’area del Golfo negli approvvigionamenti mondiali e il ruolo che continua ad avere nella formazione del prezzo dell’energia in Italia. Per molte imprese industriali, soprattutto all’interno di filiere complesse, trasferire integralmente gli aumenti sui prezzi finali non è semplice: ogni nuova fiammata dei costi rischia quindi di comprimere i margini e rallentare gli investimenti».

Sul fronte dell’occupazione prevale ancora la stabilità: il 74% delle imprese mantiene invariati gli organici, il 14% registra un aumento e il 12% una riduzione. La ripresa dell’attività, dunque, non si traduce ancora in una significativa espansione dell’occupazione, mentre resta sostanzialmente stabile anche il quadro relativo agli investimenti, con timori anche legati all’aumento del costo del denaro.

L’analisi del grado di utilizzo degli impianti evidenzia infine una situazione polarizzata. Cresce il numero di imprese che lavora a livelli elevati di capacità, con oltre un terzo del campione che utilizza gli impianti per più dell’85%. Allo stesso tempo, tuttavia, il 37% delle aziende opera al di sotto del 70% della capacità produttiva e circa una su sette si trova sotto la soglia del 50%. Un dato che suggerisce come la ripresa non sia ancora omogenea e come, accanto a imprese che hanno ritrovato un buon livello di attività, permanga un nucleo di aziende in maggiore difficoltà.

«Il problema del costo dell’energia nel nostro Paese resta strutturale e continua a penalizzare la competitività dell’industria italiana rispetto ai concorrenti europei e internazionali – sottolinea Cordua -. Il legame tra prezzo dell’elettricità e quotazioni del gas è una criticità nota da anni, ma non ancora risolta. Servono interventi capaci di ridurre stabilmente il differenziale energetico, sostenere gli investimenti e proteggere il sistema produttivo dagli shock internazionali. L’industria italiana ha dimostrato di saper reagire, ma non può essere lasciata sola ad assorbire gli effetti economici di crisi sulle quali non ha alcun controllo».

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