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Il Covid fa strage di professionisti: in Lombardia sono 10mila in meno

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Professionista al lavoro, foto generica da Pixabay

Una Regione ferita, un territorio colpito dallo tsunami del Covid-19 che ancora non è riuscito a riemergere e tirare il fiato. La Lombardia con un Pil in costante crescita fino al 2019 e un tasso di occupazione di quasi dieci punti più elevato della media nazionale, con quasi 31 mila vittime è la regione italiana più colpita dall’emergenza sanitaria e dalla crisi economica, che si riflette in un crollo verticale dell’occupazione nei primi due trimestri del 2020. Pesantissimo il bilancio sulle attività professionali, con oltre 10 mila i liberi professionisti che, a causa della pandemia, hanno dovuto chiudere gli studi.

Questa la fotografia della Regione Lombardia scattata dal II Rapporto sulle libere professioni in Lombardia, lo studio realizzato dall’Osservatorio delle libere professioni di Confprofessioni, che verrà presentato mercoledì 21 aprile 2021, a partire dalle ore 15.00, in diretta streaming sulla pagina Facebook di Confprofessioni.


«La pandemia segna un profondo spartiacque nel mercato del lavoro autonomo e professionale, invertendo il trend positivo registrato fino a due anni fa. Se, infatti, fino al 2019 i liberi professionisti erano l’unico comparto a crescere tra i lavoratori indipendenti, l’emergenza Covid ha drasticamente ridotto le attività professionali in Lombardia», afferma Enrico Vannicola, presidente di Confprofessioni Lombardia. «I dati del Rapporto ci dicono che la crescita economica della Regione è strettamente correlata alla presenza di liberi professionisti e, quindi, è proprio da qui che bisogna ripartire. È indispensabile prevedere un piano di rilancio del nostro settore, sfruttando le risorse che arriveranno dalla prossima programmazione comunitaria e dal PNRR, con un attenzione particolare ai giovani professionisti».
 
I professionisti nel mercato del lavoro lombardo. Secondo il Rapporto regionale di Confprofessioni, il mercato del lavoro della Regione Lombardia registra tra il 2011 e il 2019 un aumento del 4,9% degli occupati, con la crescita dei lavoratori dipendenti (+8,6%) e dei liberi professionisti (+18,4%) che, con circa 293 mila unità, costituiscono al 2019 il 32,4% dei lavoratori indipendenti lombardi, dato di qualche punto superiore all’aggregato nazionale (27%). Non si arresta, invece, l’emorragia dei lavoratori indipendenti che calano complessivamente del 7,6%: i lavoratori autonomi (agricoltori, artigiani e commercianti) diminuiscono del 13,2%, e gli altri lavoratori indipendenti (coadiuvanti familiari, collaboratori e soci di cooperativa) si riducono del 32,4%.
Il registro cambia però con la pandemia. Se l’impatto del Covid ha fatto registrare un calo di oltre 21 mila liberi professionisti tra il secondo trimestre 2019 e lo stesso trimestre del 2020 in tutta Italia, circa la metà sono in  Lombardia, dove nel medesimo periodo si registra la perdita di oltre 10 mila liberi professionisti, che scendono da 296.914 a 286.497 nel giro di un anno.
 
Boom dell’area sanitaria. In diminuzione i professionisti datori di lavoro. Eppure i dati di lungo periodo hanno visto una progressione costante del lavoro libero professionale in Lombardia: tra il 2011 e il 2019 crescono tutti i settori, ad eccezione dell’area tecnica che cala del 18,5%. Sale del 15,9% l’area legale, del 9,1% quella amministrativa, del 21,5% il settore dei “Servizi alle imprese e tempo libero” e del 3,2% quello di “Commercio, finanza e immobiliare”. Boom per l’area sanitaria e dell’assistenza sociale, con un +89,8%, e di veterinari e altre attività scientifiche (+54,1%). Per quanto riguarda la distribuzione dei liberi professionisti nei settori di attività economica, il Rapporto evidenzia che quasi la metà (il 44%) dei professionisti lombardi è occupata in “Attività professionali, scientifiche e tecniche”, settore che racchiude principalmente attività legali (11%), di contabilità e di consulenza aziendale (13%), di architettura e ingegneria (12%) e i veterinari (8%). “Servizi alle imprese e tempo libero” risulta essere il settore in assoluto più numeroso (20%), seguito a breve distanza da quello di “Sanità e assistenza sociale” (19%). Si attestano invece al 17% i professionisti dell’area “Commercio, finanza e immobiliare”. Importante inoltre anche in Lombardia il ruolo dei liberi professionisti nella creazione di lavoro dipendente: al 2019 si contano nella Regione 37.894 liberi professionisti con dipendenti, il 12,5% del totale dei professionisti lombardi: un dato che rappresenta oltre la metà dei professionisti datori di lavoro della ripartizione Nordovest (che ne conta 60.328) ma inferiore al tasso italiano del 13,7%. La variazione dei liberi professionisti datori di lavoro dal 2009 al 2019 è stata in Lombardia del -3%, in controtendenza rispetto al trend nazionale (+5,8%) ma coerente con quello del Nord Ovest (-11,0%).
 
Aumentano gli over 55, ma calano i giovani. Tra il 2011 e il 2019 nella Regione diminuiscono del 2% i liberi professionisti tra i 15 e i 34 anni, che passano dal 20% nel 2011 al 18% nel 2019, e crescono invece del 9% i professionisti over 55, che raggiungono il 31% del totale. I professionisti più giovani calano nell’area legale (-3%), nell’“Area tecnica” (-4%), di “Commercio, finanza e immobiliare” (-3%) e nei “Servizi alle imprese e tempo libero” (-3%). Forte contrazione per i giovani veterinari, che passano dal 36% del 2011 al 20% del 2019, mentre aumentano del 4% i professionisti dell’area sanitaria. La quota di lavoratori con più di 55 anni presenta invece un forte aumento nel settore “Commercio, finanza e immobiliare” passando dal 22% del 2011 al 41% del 2019, ma cresce anche nell’area amministrativa (+10%), nell’area tecnica (+5%), nell’area sanitaria (+9%) e in quella dei servizi alle imprese (+8%). In aumento anche i veterinari over 55, che passano dal 14% del 2011 al 26% del 2019. L’unico settore che registra una riduzione è “Area legale” che passa dal 16% del 2011 al 13% del 2019.
 
Parità di genere ancora lontana. Anche in Lombardia si conferma, come in tutta la Penisola, un vasto gap di genere tra professionisti e professioniste: gli uomini rappresentano il 52% dei professionisti lombardi tra i 15 e i 34 anni, il 63% tra i 45 e i 54 anni, il 74% tra i 55 e i 64 e l’81% degli over 65. Unica eccezione la fascia d’età dei professionisti tra i 35 e i 44 anni, dove le donne sono il 56% del totale dei professionisti, contro il 44% dei colleghi maschi. Il gap di genere è invece nettamente a favore delle donne, sia a livello nazionale che regionale, dal punto di vista del livello d’istruzione: sono infatti le professioniste ad avere in percentuale un titolo di studio superiore a quello dei colleghi maschi. In Lombardia in particolare ha la laurea il 58% dei professionisti uomini, contro il 77% delle libere professioniste.

Brescia, inflazione in crescita dello 0,4% a marzo

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Per il mese di marzo, l’indice dei prezzi al consumo per l’intera collettività registra una variazione congiunturale positiva (+0,3%)mentre il tasso tendenziale segna una crescita dello +0,4%, confermando la tendenza ad un trend leggermente inflazionistico.

Analizzando per tipologia di prodotto, rispetto al mese precedente si registra un aumento dei “Servizi”(+0,3%) dovuta principalmente alla forte crescita dei“Servizi relativi ai trasporti” (+1,3%). Anche i “Beni” presentano un aumento(0,4%), causata soprattutto da “Altribeni energetici”, che segnano un +2,8%. A livello di divisione, le unicheche registrano variazioni positive in termini congiunturali sono i “Trasporti” (+1,7%)con aumenti spiccati per “Trasporto aereo passeggeri” (+24,6%), “Biciclette”(+6,2%) e i “Carburanti e lubrificanti”(+3,6), e “Abbigliamento e calzature” (+1,3%) con incrementi della voce “Indumenti” (+1,7%) e “Altri articoli d’abbigliamento” (+1,1).In diminuzione,invece,sono “Comunicazioni” (-0,6%), conuna flessione di “Apparecchi telefonici e telefax” (-1,6). Altre diminuzioni, più lievi, sono presentate dalle seguentidivisioni: “Bevande alcoliche e tabacchi” (-0,3%) con una sostenuta contrazione delle Vini (-1,2%), “Altri beni e servizi” (-0,3%), “Servizi ricettivi e di ristorazione” e “Prodotti alimentari e bevande analcoliche” (-0,1%). Nulle le variazioni delle restanti divisioni: “Istruzione”, “Abitazione, acqua, elettricità, e combustibili” e “Servizi sanitari e spese per la salute”.

Con riferimentoalla frequenza di acquisto dei prodotti,questo mese le tre tipologie di prodottopresentano unaumento: Media (+0,4%) e Alta (+0,3%); variazione nulla per i prodottia Bassa frequenza di acquisto. In termini tendenziali, i prodotti a Media frequenza d’acquisto presentano tassi positivi (+0,6%), e le altre due tipologie registrano variazioni analoghea quelle del tasso congiunturale.

Infine, la “Core Inflation”, che indica l’andamento della componente di fondo della dinamica dei prezzi, cioè l’inflazione al netto della componente volatile (beni energetici e alimentari non lavorati), registra una variazione congiunturale positiva (0,2%), con un tasso tendenziale pari a +0,5%.

Brescia, nelle imprese lo smartworking è passato dal 10 al 75%

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Tra le realtà bresciane, il tasso di diffusione dello smart working (rapporto tra imprese che adottano il lavoro agile sul totale) è passato dal 10% nel 2019 al 75% nel 2020 e, sulla base di quanto prospettato dalle aziende, dovrebbe attestarsi al 38%, una volta superata l’attuale fase legata alla pandemia da Covid-19.

A evidenziarlo sono i dati definitivi della ricerca “Lo smart working nelle imprese bresciane: da fenomeno di nicchia al post emergenza”, a cura del Centro Studi di Confindustria Brescia, che ha completato la ricerca provvisoria già presentata lo scorso 11 febbraio in occasione dell’appuntamento online “Smart working – Il lavoro che cambia”, organizzato dalla Piccola Industria. In particolare, i dati sono stati ottenuto attraverso l’analisi a livello locale di quanto rilevato nell’edizione 2021 dall’Indagine sul Lavoro realizzata dal Sistema Confindustria, focalizzata sugli effetti della pandemia, che ha visto la partecipazione di 290 imprese bresciane, che producono un fatturato pari a 14,4 miliardi di euro, un valore aggiunto di 3,2 miliardi e danno lavoro a oltre 26 mila dipendenti

Il dato complessivo sulla diffusione dello smart working riassume al suo interno, già prima della pandemia, una forte dispersione per settore di attività. Da questa prospettiva, le realtà dei servizi possono essere considerate delle vere e proprie precorritrici nell’adozione del lavoro agile, con un tasso di diffusione del 24%, contro il 7% dell’industria. Tra le classi dimensionali vi è una convergenza maggiore, con una forchetta che va dall’8% delle aziende sotto i 25 dipendenti al 12% per quelle tra 25 e 100.

Con riferimento all’incidenza del fenomeno, ovvero al rapporto tra il numero di lavoratori in smart working sul totale dei dipendenti considerati, prima della pandemia Brescia si attestava complessivamente allo 0,7%, un valore molto basso che suggerisce come il lavoro agile fino al 2019 fosse un fenomeno di nicchia. Tale conclusione è particolarmente vera per l’industria (0,5%), mentre nelle realtà terziarie lo smart working si confermava uno strumento più utilizzato dai lavoratori (5,4%). Tra le classi dimensionali, le aziende sopra i 100 dipendenti emergevano come quelle più in ritardo (0,5%): ciò sarebbe dovuto al fatto che nel contesto bresciano tale cluster è formato quasi esclusivamente da aziende attive nella manifattura.

La situazione è cambiata radicalmente nel momento in cui, nel corso del 2020, l’emergenza causata dalla pandemia ha determinato una forte accelerazione nella diffusione dello smart working, divenuto vero e proprio lavoro da remoto con l’obiettivo principale di ridurre il rischio di contagio sui luoghi di lavoro e nei trasporti pubblici. L’utilizzo del cosiddetto “lavoro agile di emergenza (o semplificato)” è cresciuto in modo esponenziale, arrivando ad interessare a Brescia il 75% delle imprese intervistate. L’emergenza sanitaria ha fortemente diminuito le differenze tra classi dimensionali e settori, anche se grandi aziende e servizi hanno evidenziato una diffusione dello strumento quasi totale (90%).

In questo contesto, il dato lombardo appare fortemente sovrapponibile a quello bresciano (diffusione media al 74%), con picchi tra le imprese sopra i 100 dipendenti (96%) e in quelle del terziario (89%). La motivazione principale di tale convergenza sarebbe imputabile alla forte penetrazione del virus nei territori lombardi, specie, in quel periodo, tra Bergamo e Brescia, con le evidenti implicazioni dal punto di vista delle azioni a tutela della salute della popolazione.

L’indagine ha quindi esaminato la prospettiva che si potrà verosimilmente delineare una volta superata la fase emergenziale. I risultati ottenuti delineerebbero uno scenario in cui i cambiamenti obbligati da questo difficile periodo provocheranno un processo in qualche modo irreversibile, tale da determinare una profonda mutazione nell’organizzazione del lavoro. Più nel dettaglio, il 38% delle imprese bresciane intervistate ha dichiarato che lo smart working sarà adottato anche nel prossimo futuro. Ancora una volta, sarebbe confermato il differenziale tra terziario (68%) e industria (32%); l’estensione sarebbe poi legata alla dimensione aziendale, con le realtà più grandi (sopra i 100 dipendenti) che si caratterizzerebbero per una diffusione del 50%. Nelle PMI, spina dorsale del made in Brescia, la presenza del lavoro agile sarebbe invece più limitata (29% nelle realtà sotto i 25 dipendenti e 36% in quelle tra 25 e 100) e su livelli più bassi di quelli rilevati durante la fase emergenziale, ma comunque significativamente più elevati (in media tre volte maggiori) di quanto sperimentato prima del Coronavirus.

Lavanderie aperte ma in crisi, Massetti: vanno sostenute

in Economia/Tendenze by

La manutenzione e la pulizia dei capi di abbigliamento è un servizio essenziale, specie in periodo di pandemia, per trattare i capi che possono essere lavati solo a secco. E le lavanderie tradizionali sono in prima linea nella lotta al Coronavirus fin dall’inizio dell’emergenza sanitaria. Un’attività che ha assunto un ruolo strategico per il contenimento del contagio. La conferma arriva anche nell’ultimo DPCM che ha nuovamente incluso l’attività delle lavanderie e pulitura di articoli tessili e pelliccia tra i servizi alla persona ammessi ad operare, indipendentemente dal colore attribuito alle diverse regioni. L’attività dunque è tra quelle autorizzate ad operare anche in zona rossa, nonostante la recessione, scatenata dalla pandemia e da uno shock di domanda interna ed estera, che ha interessato la domanda di servizi delle famiglie e il crollo del turismo e penalizzato duramente anche questo comparto a forte prevalenza artigiana. Per il presidente di Confartigianato Brescia e Lombardia Eugenio Massetti: «In prima linea, ma in crisi. Da una parte la conferma: riconosciuto il ruolo essenziale delle pulitintolavanderia, dall’altra la recessione. Ricerche condotte da leader europei produttori di solventi hanno dimostrato infatti che il Covid 19 è sensibile all’etere, al cloroformio e solventi e poiché gran parte delle lavanderie sono dotate di almeno una macchina da lavaggio che utilizza dell’idrocarburo clorurato, l’azione di tali macchine rende inattivo il virus comprovando il lavaggio a secco e le lavanderie tradizionali fondamentali nella lotta alla diffusione del virus. Inoltre, una ricerca promossa proprio da Confartigianato eseguita da autorevoli centri di analisi attraverso test microbiologici, ha certificato che i livelli di pulizia garantiti dalle pulitintolavanderie artigianali si avvicinano ad una vera e propria sanificazione». Ma anche in questo settore, incombe la crisi, il rischio chiusure: «L’azzeramento delle presenze turistiche associato a restrizioni sulla mobilità delle persone nell’anno della pandemia – continua il presidente Massetti – ha influito sull’attività di ristoranti e alberghi e sull’utilizzo – e la relativa manutenzione – di capi di abbigliamento. La chiusura degli impianti sciistici ha ridotto la manutenzione dell’abbigliamento tecnico. Il diffuso utilizzo di smart working e la cancellazione di eventi e cerimonie ha diminuito l’utilizzo del vestiario di più elevata qualità, su cui viene richiesto un maggiore utilizzo dei servizi di pulitintolavanderia. Ora ci auguriamo che nel nuovo e atteso Decreto Sostegni ci saranno spazi anche per questa categoria. Anche se poco sotto i riflettori per le dimensioni di azienda, l’apporto all’economia del territorio è fondamentale come quello di tutte le attività artigiane, ossatura del nostro sistema economico e sociale».

Imprese, MPI e dinamica del fatturatoNel 2020 in Lombardia il comparto della lavanderia e pulitura di articoli tessili e di pelliccia, è costituito da 2.324 imprese artigiane del settore. Nel comparto è consistente la quota di lavoro indipendente. Le micro e piccole imprese (MPI) del settore, che ne rappresentano la quasi totalità, si stima che nel 2019 hanno generato un fatturato valutato pari a oltre 300 milioni di euro. Con la crisi Covid-19, nel 2020, il fatturato delle MPI lombarde del settore ha registrato minori ricavi per 144 milioni di euro. Si stima a livello provinciale cali di fatturato più elevato per Milano (-43 milioni di euro) seguita da Brescia, con 17 milioni di ricavi in meno e Bergamo (-10 milioni).

Alta vocazione artigiana diffusa nel territorio – A Brescia il comparto delle pulitintolavanderie presenta un’alta e diffusa vocazione artigiana: sono 261 le imprese artigiane registrate su 405, pari al 64,4 % del totale e rappresentano l’11,2% del totale lombardo.

Brescia, inflazione ancora in leggerissima risalita

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Nel mese di FEBBRAIO, per il terzo mese consecutivo, si assiste ad una lieve risalita del tasso congiunturale (+0,1%) e, dopo diversi mesi di valori negativi o nulli, si registra una variazione positiva del tasso tendenziale (+0,2%). A darne notizia è l’ufficio Statistica del Comune di Brescia.

Rispetto al mese precedente) gli aumenti più consistenti si sono verificati per le divisioni “Trasporti” (+0,9%, con l’aumento del “Trasporto aereo passeggeri” e dei “Carburanti e lubrificanti per mezzi di trasporto privati”), “Bevande alcoliche e tabacchi” (+0,4%, con l’aumento delle “Birre” e degli “Alcolici”). Incrementi più lievi si sono verificati per le divisioni “Ricreazione, spettacoli e cultura” (+0,2%), “Servizi ricettivi e di ristorazione” (+0,1%), “Mobili, articoli e servizi per la casa” (+0,1%), “Prodotti alimentari e bevande analcoliche” (+0,1%) e “Abitazione, acqua, elettricità e combustibili” (+0,1%) . Nulle le variazioni rispetto a gennaio per le restanti divisioni: “Altri beni e servizi”, “Servizi sanitari e spese per la
salute”, “Abbigliamento e calzature” e “Istruzione”. L’unica divisione che mostra una lieve discesa è quella delle “Comunicazioni“ (-0,1%).

Rispetto all’anno precedente (Graf.2), le divisioni che presentano aumenti tendenziali più consistenti sono i “Servizi ricettivi e di ristorazione” (+1,7%), “Ricreazione, spettacolo e cultura” (+1,6%), “Altri beni e servizi” (+1,5%) e “Bevande alcoliche e tabacchi” (+1,4%). Le divisioni, invece, in calo rispetto a un anno fa sono le “Comunicazioni” (-4,9%), ”Istruzione” (-3,6%) e “Abitazione, acqua, elettricità e combustibili” (-1,7%).

Analizzando per tipologia di prodotto, si registra un lieve aumento congiunturale per i “Beni” (+0,2%), dovuto principalmente all’aumento dei Beni energetici (+1,1%) e degli Altri Energetici (+1,7%). I “Servizi” invece,
complessivamente, presentano un lievissimo incremento (+0,1%), con l’aumento dei Servizi relativi ai trasporti (+0,5%).

Con riferimento alla frequenza di acquisto dei prodotti, si registra un lieve incremento congiunturale per i prodotti a alta e media frequenza d’acquisto (entrambi pari a +0,2%). Nulla la variazione congiunturale dei prodotti a bassa frequenza. Particolarmente elevata la variazione tendenziale dei prodotti a media frequenza (+0,5%).

Infine, la “Core Inflation”, che indica l’andamento della componente di fondo della dinamica dei prezzi, cioè l’inflazione al netto della componente volatile (beni energetici e alimentari non lavorati), registra una lieve variazione congiunturale positiva (+0,1%) e una variazione tendenziale positiva più sostenuta (+0,6%).

Brescia, nel 2020 è crollato l’export: -9,3%

in Aib/Associazioni di categoria/Economia/Export/Tendenze by

Nel complesso del 2020, le esportazioni bresciane – pari a 14,9 miliardi – diminuiscono del 9,3% rispetto al 2019. Il calo sperimentato nel 2020 è il più intenso dal 2009, quando le vendite all’estero scesero del 30,7% sull’anno precedente. Il valore monetario dell’export rilevato nel 2020 è il più basso dal 2016, quando i flussi commerciali verso l’estero furono pari a 14,5 miliardi. 

A rilevarlo sono i dati ISTAT elaborati dal Centro Studi di Confindustria Brescia.

Nel 2020, rispetto al 2019, la dinamica negativa delle esportazioni bresciane (-9,3%) è meno accentuata rispetto a quella rilevata in Lombardia (-10,6%) e in Italia (-9,7%).

Le importazioni complessive (pari a 7,8 miliardi) cedono invece del 13,5% ed evidenziano l’importo più basso dal 2018 (7,1 miliardi).

Nel quarto trimestre 2020 la dinamica delle vendite all’estero, che ammontano a 4,2 miliardi di euro tra ottobre e dicembre 2020, è in aumento del 5,3% rispetto allo stesso periodo del 2019 (4,0 miliardi). Si tratta della variazione tendenziale più alta dal terzo trimestre 2018 (+7,2%). Sul trimestre precedente, le esportazioni crescono invece del 13,7%. Il valore monetario di quanto venduto all’estero negli ultimi tre mesi dell’anno (4,2 miliardi) è il secondo più elevato tra tutti i quarti trimestri della serie storica (dopo i 4,3 del 2018) e il quarto più alto in assoluto (dopo il secondo trimestre 2018 e 2019 e il quarto trimestre 2018).

Le importazioni, pari a 2,1 miliardi di euro tra ottobre e dicembre 2020, aumentano dell’1,2% rispetto allo stesso periodo del 2019 (2,0 miliardi) e del 16,7% rispetto al trimestre precedente.

Il saldo commerciale si riduce, passando da 7,5 miliardi nel 2019 a 7,1 miliardi nel 2020, con una contrazione del 4,3%.

La dinamica del quarto trimestre risente positivamente della ripresa del commercio mondiale che, nel periodo ottobre-dicembre 2020, ha registrato un segno positivo (+4,0% tendenziale), recuperando interamente i livelli pre-Covid. Il 2020 si chiude tuttavia con un calo complessivo degli scambi internazionali del -5,3%, contro il -0,4% del 2019 e il +3,4% del 2018. Le prospettive per inizio 2021 risultano condizionate dall’incertezza sul riacutizzarsi della pandemia e dai tempi di realizzazione della campagna vaccinale.

La forte ripresa dei prezzi delle principali materie prime industriali (alluminio, rame, zinco, rottame ferroso) ha favorito il rigonfiamento dei valori monetari dei beni scambiati. Qualche svantaggio nelle esportazioni extra UE è derivato anche dall’apprezzamento dell’euro nei confronti del dollaro (+2,0% tendenziale).

Nel complesso del 2020, tra i settori, su base annua, i meno dinamici risultano: mezzi di trasporto (-12,2%), metalli di base e prodotti in metallo (-11,3%), prodotti tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-12,4%), macchinari e apparecchi (-9,5%).

Un aumento delle esportazioni riguarda il comparto degli articoli farmaceutici, chimico medicinali e botanici (+28,8%) e quello delle sostanze e prodotti chimici (+3,0%).

Tra i mercati di sbocco, diminuiscono le esportazioni verso Germania (-11,6%), Francia (-9,0%), Regno Unito (-16,3%), Spagna (-15,7%), Stati Uniti (-6,0%). Crescono le vendite verso la Cina (+10,8%), il Brasile (+6,4%) e la Turchia (+1,2%). In termini di aree geografiche spiccano le dinamiche negative dell’America Settentrionale (-29,7%), dell’Africa (-24,6%), dell’Asia (-13,5%) e dell’Unione Europea post Brexit (-13,1%).

Per quanto riguarda le importazioni, sono in diminuzione quelle di metalli di base e prodotti in metallo (-16,3%), apparecchi elettrici (-8,9%), macchinari e apparecchi (-11,7%), mezzi di trasporto (-20,0%), sostanze e prodotti chimici (-16,6%).

Risultano in aumento solo gli acquisti nel comparto articoli farmaceutici, chimico medicinali e botanici (+5,2%).

Diminuiscono le importazioni da tutti i mercati considerati, con le flessioni più rilevanti da: Stati Uniti (-32,9%), Francia (-7,5%), Germania (-10,9%), Regno Unito (-8,3%), Spagna (-18,2%) e Cina (-9,0%).

Nonostante le difficoltà del 2020, Brescia si conferma al quinto posto nella classifica provinciale per valore delle esportazioni, dopo Milano (39,8 miliardi), Vicenza (16,8), Torino (16,5) e Bologna (15,1).

Metalmeccanica: nel 2020 brusco calo della produzione bresciana

in Aib/Associazioni di categoria/Economia/Tendenze by
Impresa 4.0 a Brescia

In provincia di Brescia, il 2020 si chiude con un brusco calo della produzione nei settori metalmeccanici: rispetto al 2019, la flessione nella meccanica è pari al -21%, nella metallurgia al -12%.

A evidenziarlo è l’indagine trimestrale condotta dal Centro Studi di Confindustria Brescia, che ha dedicato ampio spazio anche alla valutazione delle conseguenze economiche dell’emergenza sanitaria sulle imprese.

Nel dettaglio del quarto trimestre 2020, l’attività produttiva ha segnato ulteriori variazioni negative rispetto allo stesso periodo del 2019 (tendenziali), dopo la caduta del periodo precedente. In particolare, il comparto della meccanica ha registrato una diminuzione dell’attività del 15,3% (dopo il -18,1% del terzo trimestre), quello della metallurgia del 5,8% (-8,3% nel terzo trimestre). La dinamica rispetto al periodo precedente (congiunturale) segnala un rimbalzo della produzione nel quarto trimestre: +4,4% per la meccanica e +7,7% per la metallurgia. A seguito di queste variazioni, la caduta complessiva nel 2020 della produzione metalmeccanica risulta attenuata.

“Il rimbalzo della produzione del Settore Meccanica del quarto trimestre del 4,4%, anche se lieve, conferma la resilienza delle nostre aziende, comprovata anche dai primi dati di inizio anno che fanno intendere che la vera ripresa si potrebbe avere solo da metà 2021 – commenta Gabriella Pasotti, Presidente del Settore Meccanica di Confindustria Brescia –. A pesare sono soprattutto l’aumento delle materie prime, i costi elevati dei dazi e dei trasporti e la crisi dell’automotive. Sicuramente si tratta di una crisi pandemica più che economica e l’auspicio che le nuove politiche del Governo Draghi e il cambio al vertice della Protezione Civile portino ad una rapida ed estesa vaccinazione di massa, unica speranza per risanare l’economia e mettere in sicurezza la salute dei cittadini”.

“Il mercato dell’auto, settore trainante per tutta la filiera sia siderurgica che meccanica, ha molto sofferto nel 2020, con un calo delle immatricolazioni sia a livello europeo (-24%) che Italiano (-28%). Il 2021 è cominciato meglio, ma ancora segna un calo a doppia cifra (-13%) per le immatricolazioni italiane. L’unico settore che nell’ultimo anno è andato meno peggio è stato quello dei veicoli commerciali ed agricoli – aggiunge Giovanni Marinoni Martin, Presidente del Settore Siderurgia, Metallurgia e Mineraria di Confindustria Brescia –. I contributi alla rottamazione dei veicoli più inquinanti ancora stentano a decollare e la transizione green per una mobilità più sostenibile vede un lento passaggio dai veicoli a combustione interna a veicoli ibridi. Nel frattempo, in controtendenza rispetto a quanto si potrebbe immaginare, il rimbalzo dei costi delle materie prime ha spinto molti clienti del settore ad anticipare gli acquisti, creando una serie di ritardi sul mercato che stanno creando non poche difficoltà di disponibilità di acciaio ed un aumento importante dei prezzi. Per quanto riguarda il settore delle costruzioni, altro grande comparto che assorbe molti prodotti siderurgici, dopo un 2020 con un calo a doppia cifra, ora sta vivendo un buon momento grazie anche all’aumento dei prezzi cominciato a fine anno. Il 2021 si è aperto con un’impennata della domanda, mentre a febbraio i prezzi sono rimasti a un buon livello, nonostante il ridimensionamento dei volumi. Segnali positivi arrivano dal settore dei non ferrosi della filiera del rame: al netto delle fermate produttive di marzo e aprile, causa pandemia, il settore ha registrato un rimbalzo nel secondo semestre, tale da riallinearsi ai dati del 2019”.

In particolare, riguardo al settore della meccanica, posto uguale a 100 il livello di attività associato alla “normalità pre-Covid”, quello effettivamente registrato è stato pari a: 90 a ottobre; 93 a novembre; 90 a dicembre. Gli intervistati hanno dichiarato, per il 2020, un calo percentuale del fatturato (-12%) e delle ore lavorate (-14%) rispetto al 2019. A questo proposito, va evidenziato che la contrazione dei ricavi rilevata nel 2020 si caratterizzerebbe per un’intensità notevolmente inferiore a quella del 2009, in occasione della “grande recessione”, quando il volume d’affari del settore subì a Brescia una flessione del 26% circa nei confronti dell’anno precedente. L’indagine ha misurato poi la variazione percentuale nel 2020, rispetto al 2019, della spesa complessiva per investimenti: per le aziende della meccanica, questa è diminuita in media dell’8%.

Nel settore della metallurgia, posto uguale a 100 il livello di attività associato alla “normalità pre-Covid”, quello effettivamente registrato è stato pari a: 95 a ottobre; 97 a novembre; 102 a dicembre. Gli intervistati hanno dichiarato, per il 2020, un calo percentuale del fatturato (-13%) e delle ore lavorate (-13%) rispetto al 2019. Come per il comparto meccanico, la flessione delle vendite rilevata nel 2020 si caratterizza per un’intensità non paragonabile a quella del 2009, quando, complice anche il forte sgonfiamento delle quotazioni delle materie prime metallurgiche, i ricavi degli operatori bresciani registrarono una riduzione del 48% circa rispetto al 2008.

Per le aziende della metallurgia, la spesa complessiva per investimenti nel 2020 è diminuita in media del 37% rispetto al 2019.  In tale contesto, gli ingenti rincari delle quotazioni delle materie prime industriali rilevati negli ultimi mesi sono fonte di particolari preoccupazioni per le imprese della filiera metalmeccanica. La risalita dei prezzi ha riguardato in particolare i metalli non ferrosi, che si attestano tutti su importanti massimi pluriennali. Più nel dettaglio, dai minimi dello scorso anno il rame ha registrato un incremento del 95,3%, l’alluminio del 51,6%, lo zinco del 57,2%, il nichel del 73,0%. Sul versante degli input siderurgici, il rottame, utilizzato nelle produzioni di acciaio a forno elettrico, si caratterizza, nello stesso periodo, per un aumento del 94,8%: ciò si riverbera sui prodotti a valle (tondo +49,3% e vergella + 53,5%).Si tratta di un problema che riguarda non solo i metalli, ma interessa anche l’energia e le commodity “soft”, come alimentari, gomma e tessili. La competitività delle aziende è quindi messa a dura prova, per quanto riguarda la possibilità di accaparramento dei materiali e per la capacità di trasferire i rincari subiti a valle sui clienti.

Sul versante del mercato del lavoro, si segnala la crescita del ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni nei settori metalmeccanici. Le ore autorizzate nel 2020 sono aumentate dell’832% rispetto al 2019, passando da 5,4 a 50 milioni. In particolare, la componente ordinaria è cresciuta del 1.678% (da 2,7 a 48,5 milioni di ore); quella straordinaria invece è diminuita del 45% (da 2,6 a 1,4 milioni di ore). Nello specifico, la componente ordinaria è cresciuta del 1.932% nella meccanica (da 1.889.056 ore nel 2019 a oltre 38 milioni nel 2020) e del 1.107% nel metallurgico (da 838.628 ore a oltre 10 milioni). Sulla base delle ore effettivamente utilizzate è possibile stimare che le unità di lavoro annue (ULA) potenzialmente coinvolte dalla CIG nel 2020 siano quasi 11 mila, contro le mille e duecento del 2019. I dati dell’Osservatorio Confindustria Brescia-ApL al quarto trimestre 2020 hanno messo in luce alcune tensioni nel reperimento di figure professionali legate alla metalmeccanica, in particolare per i tecnici (in campo ingegneristico e informatici) e per alcuni operai specializzati (installatori attrezzature elettroniche e montatori, manutentori).

Dal punto di vista della struttura produttiva, Brescia è la seconda provincia italiana per rilevanza dell’industria metalmeccanica (dopo Torino). Con poco più di 100 mila addetti attivi, è leader nazionale per quanto riguarda la metallurgia (16 mila addetti) e i prodotti in metallo (39 mila), è al secondo posto nei macchinari e apparecchiature (30 mila) e in sesta posizione relativamente ai mezzi di trasporto (poco più di 8 mila addetti).

Brescia, inflazione in ripresa a gennaio

in Economia/Tendenze by
Inflazione, foto generica da Pixabay

Nel mese di GENNAIO, per il secondo mese consecutivo, si assiste ad una risalita deltasso congiunturale (+0,5%) e, dopo otto mesi di valori negativi, si registra unavariazione nulla deltasso tendenziale. A renderlo noto è l’ufficio statistica del Comune di Brescia.

Rispetto al mese precedente, gli aumenti più consistenti si sono verificati per le divisioni“Comunicazioni“ (+1,8%, con l’aumento della voce “Apparecchi telefonici e fax”), “Abitazione, acqua, elettricità e combustibili” (+1,3%, con l’aumento del “Gas”), “Trasporti” (+1,2%, con l’aumento del“Trasporto aereo passeggeri”), “Bevande alcoliche e tabacchi” (+0,9%, con l’aumentodegli “Alcolici”e dei “Vini”) e“Servizi ricettivi e di ristorazione” (+0,9%). Incrementi più lievi si sono verificati in “Altri beni e servizi” (+0,4%),“Servizi sanitari e spese per la salute” (+0,3%)e “Mobili, articoli e servizi per la casa”(+0,1%).Hanno presentato sostenute diminuzioni, invece, le divisioni“Ricreazione, spettacoli e cultura” (-1,0%, con la diminuzione stimata dei “Pacchetti vacanza”), “Prodotti alimentari e bevande analcoliche” (-0,3%)e “Abbigliamento e calzature”(-0,2%).

Rimanenulla la variazione congiunturale per la divisione “Istruzione”. Analizzando per tipologia di prodotto, si registra un deciso aumento per i “Beni” (+0,6%), dovuto principalmente all’aumento dei Beni energetici regolamentati (+5,1%) e dei Beni alimentari lavorati(+0,2%), a fronte di una diminuzione dei Beni alimentari non lavorati(-0,5%). I “Servizi”invece, complessivamente,presentano valori piuttosto stabili (+0,2%), risultato di due dinamiche opposte: l’aumento dei Servizi relativi ai trasporti(+0,6%) e dei Servizi vari (+0,4%) e la diminuzione dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona(-0,2%). Con riferimento alla frequenza di acquisto dei prodotti, si registra un sostenuto incremento congiunturale per i prodotti a bassa frequenza d’acquisto(+0,7%), seguito da incrementipiù lievi per quelli a altafrequenza di acquistoe perquelli a media frequenza di acquisto (entrambi +0,2%).

Rispetto all’anno precedente, le divisioni che presentano aumenti tendenziali più consistenti sono i “Servizi ricettivi e di ristorazione” (+1,6%), “Altri beni e servizi” (+1,4%) e “Ricreazione, spettacolo e cultura” (+1,4%). Le divisioni invece in calo sono le “Comunicazioni” (-5,4%) el’”Istruzione” (-3,6%).Infine, la “Core Inflation”, che indica l’andamento della componente di fondo della dinamica dei prezzi, cioè l’inflazione al netto della componente volatile (beni energetici e alimentari non lavorati), registravariazioni, congiunturale e tendenziale, entrambe positive (rispettivamente +0,2%e +0,4%).

Confindustria Brescia, ecco l’indice che fotografa la solvibilità delle imprese

in Aib/Associazioni di categoria/Economia/Tendenze by
  • Lo strumento, sviluppato dal Centro Studi di Confindustria Brescia in collaborazione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore, restituisce in un unico valore lo stato di salute delle società di capitali attive nell’industria; può.  essere applicato senza restrizioni geografiche a tutte le imprese manifatturiere.
  • Analizzati i bilanci 2019 di 2.905 imprese, con fatturato complessivo di 34,5 miliardi di euro e valore aggiunto pari a 8,6 miliardi: ne emerge un Made in BS sano, con oltre il 40% delle imprese che si posiziona nelle classi di merito più elevate e appena l’1,2% in quelle più basse. 
  • Alla luce delle forti ricadute economiche della pandemia in atto, che rendono i numeri al 2019 non più in grado di fotografare l’effettivo stato delle imprese, è risultato necessario applicare eccezionalmente il modello ad alcuni possibili scenari volti a simulare l’impatto della crisi sui conti aziendali.
  • Le aziende bresciane hanno affrontato la crisi del 2020 partendo da una situazione più solida rispetto a quanto avvenne nel 2009 davanti alla grande recessione; negli ultimi 12 anni, in particolare, è cresciuta la patrimonializzazione delle imprese della nostra provincia.

È stato presentato, durante una conferenza stampa nella Sala Beretta di Confindustria Brescia, “I.S.M.” – Indice Sintetico Manifatturiero. Lo strumento – sviluppato dal Centro Studi di Confindustria Brescia in collaborazione con OpTer – Osservatorio per il territorio: impresa, formazione internazionalizzazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia – restituisce con un unico valore lo stato di salute delle società di capitali attive nell’industria e definisce la mappa del rischio delle stesse. Si tratta di un modello innovativo, che potrà essere applicato senza restrizioni geografiche a tutte le aziende manifatturiere.

All’incontro sono intervenuti Giuseppe Pasini, Presidente di Confindustria Brescia, Mario Taccolini, Coordinatore strategie di sviluppo del polo di Brescia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, e Giovanni Marseguerra, Ordinario di Economia Politica presso l’Università Cattolica e Direttore di OpTer.

Il gruppo di lavoro ha sviluppato, mediante appropriate tecniche statistiche, un modello che è stato utilizzato su 2.905 società di capitali manifatturiere bresciane, capaci di produrre un fatturato complessivo di 34,5 miliardi di euro e un valore aggiunto pari a 8,6 miliardi. L’obiettivo è stato quello di fornire a ognuna di loro un unico punteggio, capace di sintetizzare il relativo stato di salute economico-finanziaria.

La ricerca – illustrata nella conferenza stampa da Davide Fedreghini e Tommaso Ganugi (Centro Studi Confindustria Brescia e Università Cattolica) – si colloca in un ampio filone di studi di teoria economica originato da Edward I. Altman nel 1968 e determina il giudizio sulla solvibilità dell’impresa a partire dall’interazione dei seguenti quozienti di bilancio:

  • Capitale circolante netto su totale delle attività
  • Riserve su totale delle attività
  • EBIT su totale delle attività
  • Patrimonio netto su totale delle passività
  • Fatturato su totale dell’attività.

Il punteggio che il modello assegna va da 0 ad 1. Più il valore si avvicina ad 1 migliore risulta lo stato di salute dell’azienda, al contrario più il valore tende a 0 più la probabilità di dissesto aziendale è elevata. Lo score, ottenuto tramite il metodo statistico della regressione logistica, è poi suddiviso in otto classi di rating: dalla migliore “A1” alla peggiore “D2”. Il risultato ha delle affinità con gli strumenti tipici del mondo bancario utilizzati per l’erogazione del credito («stress test»). Tuttavia, non vuole assolutamente sostituirsi a loro.

Inizialmente il lavoro è stato effettuato sui bilanci riferiti al 2019, ultimo anno per cui sono disponibili informazioni ufficiali. Il modello costruito dipinge per il 2019 un made in BS complessivamente «sano», con oltre il 40% delle imprese che si posiziona nelle classi di merito più elevate e appena l’1,2% in quelle più basse. 

Alla luce delle forti ricadute economiche derivanti dalla pandemia in atto, che rendono i numeri al 2019 non più in grado di fotografare l’effettivo stato delle imprese, è risultato necessario applicare eccezionalmente il modello ad alcuni possibili scenari volti a simulare l’impatto della crisi economica sui conti aziendali.

Sulla base di tale meccanismo, sono proposte tre simulazioni: lo scenario peggiore (denominato «Zero»), che rappresenta un minimo teorico in cui nel 2020 i ricavi calano, mentre i costi rimangono invariati rispetto all’anno precedente; lo scenario più ottimistico (tra i 3 proposti), in cui i costi calano in relazione al fatturato con la stessa intensità rilevata nella grande recessione del 2009 (e per questo rinominato proprio «2009»); lo scenario più prudenziale (denominato «Intermedio»), in cui i costi calano in relazione al fatturato con un’intensità pari alla metà di quanto rilevato nel 2009.

Gli scenari tracciati delineano tre risposte di intensità diversa dell’industria bresciana alla crisi, che corrispondono a tre livelli di potenziale gravità, a cui fanno tuttavia da contrappeso elementi di cauto ottimismo, legati principalmente a due fattori: la minore caduta del fatturato rispetto al 2009 e la maggiore patrimonializzazione delle imprese della nostra provincia.

Sebbene le prime stime per il fatturato del made in BS nel 2020 siano orientate a un calo dell’11% circa, segnando quindi una caduta notevole, l’intensità risulta significativamente inferiore rispetto a quella sperimentata nel 2009, quando il volume d’affari dell’industria locale subì un calo del 30% circa, con punte anche di oltre -50% nell’ambito della metallurgia. Come già accennato, a ciò si aggiunge il fatto che il sistema industriale bresciano si sia affacciato a questa crisi complessivamente più attrezzato rispetto a quanto non lo fosse nel 2008: nel 2019 il rapporto tra mezzi propri e il totale delle attività si è attestato al 44,8% nei confronti del 29,8% rilevato nel 2008.

Distribuzione delle imprese per classe di merito e scenario

Tali osservazioni – come dimostra la collocazione delle imprese nello schema sopra riportato – rafforzano la percezione di un sistema manifatturiero complessivamente in grado di reggere l’urto della crisi. Si tratta di una condizione necessaria, anche se non sufficiente, per la tenuta sociale dell’intero territorio.

“I.S.M. rappresenta uno strumento di alto livello, innovativo e fondamentale per le nostre aziende associate, che grazie ad esso potranno affrontare il futuro con una maggiore consapevolezza della loro situazione economica e patrimoniale – commenta Giuseppe Pasini, Presidente di Confindustria Brescia –. La recente crisi legata alla pandemia da Covid-19 ci ha insegnato quanto questi aspetti siano fondamentali, a maggior ragione in un decennio come quello che ci attende, ricco di sfide da vincere. Grazie alla collaborazione con l’Università Cattolica, che si rinnova e prosegue, potremo quindi essere ancor di più in prima fila a fianco del sistema imprenditoriale bresciano, implementando una già ricca offerta che vede Confindustria Brescia impegnata anche nel progetto Brescia Regeneration, con l’obiettivo di tracciare i possibili scenari futuri dell’economia bresciana.”

“Oggi più che mai – aggiunge Giovanni Marseguerra, Ordinario di Economia Politica presso l’Università Cattolica e Direttore di OpTer – è cruciale accrescere e intensificare la collaborazione tra Università e associazioni imprenditoriali e del mondo del lavoro per consentire alle nostre imprese di superare l’odierna crisi sanitaria, economica, sociale, ambientale, e agganciare una ripresa che ancora stenta ad arrivare. La partnership, sempre più consolidata, tra Università Cattolica e Confindustria Brescia si pone in questa prospettiva e si propone di mettere a sistema competenze economico-quantitative e conoscenza del tessuto economico locale per costruire schemi e modelli, interpretativi e previsivi, dell’evoluzione delle variabili economiche in modo da fornire uno strumento di accompagnamento e supporto al sistema produttivo bresciano”

Le attività legate allo sviluppo del modello non sono concluse, ma il progetto è in continua evoluzione. Sono in lavorazione alcuni affinamenti, anche volti a replicare l’iniziativa negli anni a venire. Ciò potrà realizzarsi anche attraverso uno snellimento del lavoro, che, una volta superata l’attuale situazione legata al Covid-19, non necessiterebbe di una valutazione dei possibili shock.

La volontà è di rendere la pubblicazione dello score per l’industria bresciana un momento ricorrente: un appuntamento, destinato non solo agli addetti ai lavori, in cui monitorare puntualmente lo stato di salute dell’industria bresciana. Tali passaggi beneficeranno della complementarità delle competenze in campo, nonché della profonda conoscenza del tessuto economico locale che caratterizza la partnership tra Confindustria Brescia e Università Cattolica. Inoltre, è in fase di redazione un working paper di matrice accademica con l’obiettivo di approfondire le tematiche discusse.

Coronavirus, indagine Confartigianato: tra le aziende crescono intertezza e pessimismo

in Associazioni di categoria/Confartigianato/Economia/Tendenze by
Eugenio Massetti, Confartigianato Brescia

Una riduzione media del fatturato del -25,3% è quanto dichiarano le MPI bresciane per il 2020. Ma se questo risultato è sicuramente prevedibile visto l’anno sconvolto dalla pandemia da Covid-19, c’è da aggiungere che le stesse prevedono per la prima metà del 2021 un ulteriore calo del 17,9% (-15,7% a livello lombardo) rispetto ai primi sei mesi del 2020. Le categorie che segnalano perdite più pesanti (superiori del 30%) di fatturato nel 2020 rispetto al 2019 sono: Trasporto persone, Alimentari (rosticcerie/cibi d’asporto, birrifici, etc.), Moda, Area benessere e Grafici. Sono le stesse imprese che prevedono di iniziare l’anno 2021 registrando variazioni tendenziali del fatturato negative e più ampie rispetto alla riduzione media. 

Aumenta l’incertezza e si allungano i tempi di recupero del fatturato pre-Covid: il 47,1% delle MPI bresciane sono incerte rispetto alle dinamiche future del mercato. Le altre imprese – non incerte – prevedono invece di recuperare i livelli di fatturato pre-crisi entro la prima metà del 2022. Sono i risultati della rilevazione periodica, giunta alla 5a edizione, curata dall’Osservatorio di Confartigianato Lombardia e svolta a inizio 2021 e che ha coinvolto circa 2mila imprese associate, su diverse tematiche: dalla dinamica passata (2020) e futura (primi 9 mesi del 2021) del fatturato, previsioni di recupero, strategia di risposta della crisi, effetto Brexit, digitalizzazione, Piano Transizione 4.0 e gap di genere. 

«Un campanello d’allarme l’aumento dell’incertezza – a Brescia come nell’intera Lombardia – così come preoccupa il previsto allungamento dei tempi per recuperare il fatturato pre-Covid e questo è senza dubbio influenzato da una pandemia con la quale proviamo a convivere, ma ancora lontana dall’essere sconfitta e superata» commenta il presidente di Confartigianato Brescia e Lombardia Eugenio Massetti che prosegue: «Certo, c’è tutta la voglia, la resilienza e la capacità intrinseca di trovare nuove strategie per recuperare il tempo perso, ma non possiamo condividere la preoccupazione delle imprese e che è cresciuta negli ultimi mesi, segno evidente dell’incertezza che sta caratterizzando queste prime settimane del nuovo anno, nonostante tutte le premesse ci avevano indotti a pensare ad una possibile e più veloce uscita dalla crisi. Ora, i prossimi sei mesi saranno cruciali e molte aziende si giocano tutto. Ci sarà bisogno di sostegno con interventi mirati, ristori, ma soprattutto fiducia e sicurezza, investimenti e scelte ragionate e condivise». 

Tornando all’analisi di dell’Osservatorio di Confartigianato: l’87,5% delle imprese bresciane prevede di adottare strategie reattive nei primi mesi dell’anno per cercare di rispondere alla crisi: diversificando la produzione (il 42,1%), ampliando il numero di committenti (il 57,4%), entrando in nuovi mercati (il 43%) e attivando nuovi canali di vendita (il 51,6%). La quota i MPI bresciane che fino a metà 2021 teme seri rischi operativi e di sostenibilità dell’attività raggiunge il 60,2% (contro il 49,3% a livello lombardo). Si tratta di imprese vitali – precisa lo studio – che nonostante tutto sono riuscite a sopravvivere allo shock conseguente alla diffusione del virus fino ad ora, ma che adesso, trascorso quasi un anno, devono fare i conti con un mercato ancora non favorevole al loro business (trasporto persone, rosticcerie/cibo d’asporto, birrerie, etc.). Va tenuto conto che queste MPI, che oggi si trovano davanti un mercato che risente ancora delle limitazioni per il contenimento della pandemia, avrebbero quasi certamente ancora spazio nel mercato post pandemia. 

Piano Transizione 4.0 e digitalizzazione: Brescia c’è. Il 18,9% delle MPI bresciane (contro il 16,4% a livello lombardo) intende usufruire di una o più misure del Piano Transizione 4.0. Contando che tra coloro che non intendono farne uso, un 9% ne ha usufruito in passato.  Sale positivamente anche di 9,3 punti la quota di MPI che oggi utilizza almeno uno strumento digitale a seguito dell’emergenza sanitaria.

Superbonus 110%: considerato opportunità dal 46,4% delle MPI delle Costruzioni. Il 24,4% delle imprese del settore che hanno già ricevuto segnali di mercato – dai primi contatti e preventivi, fino all’inizio lavori, identifica come principale ostacolo la burocrazia (nel 53,3% dei casi).  

Brexit: 38,7% MPI lombarde che esportano verso UK ha già riscontrato problematiche di costo/tempo, un ulteriore 32% prevede di subirne in futuro. Per le imprese che intercettano la domanda turistica calo del fatturato 2020 più pesante (-34,3%) ma speranza per le Olimpiadi 2026: per il 18,9% delle MPI bresciane le Olimpiadi invernali potranno fare da volano per la ripresa futuro. Tale quota si alza al 43,5% se consideriamo le sole imprese che intercettano direttamente o indirettamente la domanda turistica. 

Lo tsunami pandemico allarga il gap di genere e incrementa le difficoltà di conciliazione: -29% il trend del fatturato 2020 delle imprese femminile. Va inoltre segnalato che tra gli imprenditori con figli e/o persone non autosufficienti di cui prendersi cura a segnalare di riscontrare maggiori difficoltà nella gestione sono proprio le donne (sono il 34,3% le imprenditrici con figli o altre persone di cui prendersi cura vs 23,8% degli uomini). Ciò influisce in maniera negativa sui risultati d’impresa, difatti le donne con figli e/o altre persone di cui prendersi cura che segnalano difficoltà nella gestione, segnano un calo di fatturato più elevato della media, con una riduzione del -31,2% nel 2020 rispetto al 2019

«Le nostre imprese sono pronte a cambiare per affrontare il futuro. Il Superbonus visto come opportunità dalla metà degli intervistati nonostante oltre la metà segnali ritardi dovuti a burocrazia, complessità e mancate risposte dagli uffici preposti deve essere colto come occasione e prorogato a tutto il 2023 e poi le Olimpiadi lombarde viste come volano per la ripresa, così come la digitalizzazione, sempre più spinta nel suo impatto di investimenti materiali e immateriale.L’analisi ha confermato una triste certezza: come nel mondo dell’occupazione, anche nell’impresa la più colpita – e la meno sostenuta è quella femminile. Le imprese gestite da donne confermano una perdita di fatturato nel 2020 maggiore che quelle maschili. Differenza dovuta al fatto che le imprese femminili si concentrano per lo più in settori fortemente colpiti dalla crisi da Covid-19 della cura della persona e del benessere, oltre che della moda e dove ha influito negativamente sui risultati d’impresa il fatto che il 42% delle imprenditrici ha ritenuto insoddisfacenti i servizi a supporto della persona, costringendole perciò a sopperire a questa mancanza–conclude il presidente di Confartigianato Brescia e Lombardia Eugenio Massetti – la certezza la troviamo nel valore artigiano dei prodotti e dei servizi delle nostre imprese ed è quello che fa e farà la differenza sul mercato interno, così come nella più articolata filiera europea, nella quale potremo senz’altro giocare ancora un ruolo da protagonisti». 

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