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Commercio

Bando regionale per le attività storiche, Confcommercio organizza un incontro

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Regione Lombardia sta emanando il Bando “Imprese Storiche verso il futuro. Contributi per l’innovazione e la valorizzazione delle attività storiche e di tradizione ”, riservato esclusivamente alle aziende che hanno ricevuto il riconoscimento come attività storica o di tradizione.

Il Bando prevede la possibilità di accedere a contributi a fondo perduto pari al 50% per il rinnovamento della propria attività: dal ricamb io generazionale e la trasmissione di impresa fino ai progetti legati all’innovazione, passando per la riqualificazione dell’unità locale e dal restauro e dalla conservazione sia delle strutture che di arredi o attrezzi.

Per la presenta zione de l Bando Con fcommercio Brescia organizza un incontro per lunedì 16 dicembre alle 10 nella sala riunioni della sede centrale
Via Giuseppe Bertolotti, 1 Brescia.

Interverranno il presidente di Confcommercio Brescia Carlo Massoletti e d il dott.Paolo La Torre di Financial Consulting Lab .

Conversazioni strategiche di vendita per migliorare i tuoi affari

in Commercio/Economia/Innovazione by

Sei alla ricerca di un metodo per ottimizzare al meglio le tue vendite e riuscire a chiuderne di più? Allora sei nel posto giusto, perché in questo articolo vedremo come vendere in modo più efficace, applicando le giuste strategie.

A tal proposito, l’esperienza sulle strategie di vendita dell’esperto Mirko Cuneo, ti sarà sicuramente di aiuto. Una vendita è molto più di un insieme di tecniche, questo il “cuore” del suo messaggio. Mirko ha un’azienda a Milano e aiuta le micro, piccole e medie imprese in Lombardia, e non solo, ad affinare le proprie tecniche di vendita.

Qual è il segreto del successo di una buona strategia?

La capacità di immedesimarsi nel cliente, focalizzando la conversazione sulle sue esigenze lasciando da parte un po’ del proprio bisogno spasmodico di vendere.

La difficile arte dell’ascolto attivo

Mirko Cuneo suggerisce che il cuore pulsante di una transazione d’affari non è il prodotto che si vende, ma la relazione stessa con il cliente, la capacità del venditore di immedesimarsi con il suo interlocutore.

Un approccio comune è quello del venditore che passa buona parte della transazione a decantare qualità è virtù del prodotto/servizio o della propria azienda.

Risultato?

Il cliente, nel migliore dei casi, attenderà pazientemente la fine del monologo auto-celebrativo solitamente ridondante e stucchevole. Inutile aggiungere che al termine dello show del venditore, molto difficilmente il cliente sarà propenso all’acquisto.

Spesso, l’approccio che vi ho appena descritto, è la prassi dei venditori ancora inesperti, che, condizionati dall’ansia della performance, sono totalmente concentrati su sé stessi o sulle “dieci regolette” imparate durante la formazione, senza alcuna forma di originalità.

Sia chiaro, qui non si vuole sostenere minimamente un approccio che si basa sull’improvvisazione. Il vero punto cruciale è che, per quanto siano importanti le regole base della vendita, occorre sempre calarle nel contesto, che inevitabilmente, cambia di volta in volta.

Ogni persona ha caratteristiche, esigenze, gusti, bisogni differenti che il bravo venditore deve prima imparare a conoscere, se vuole davvero essere efficace nella sua transazione.

Ogni strategia di vendita deve essere supportata dal cosiddetto “ascolto attivo” – ovvero un ascolto interessato durante cui il venditore prova a capire davvero quali siano le esigenze del suo interlocutore. Come suggerisce Mirko, la conoscenza del cliente è utile che sia approfondita facendo domande mirate a comprendere al meglio il suo pensiero. Solo essendo a conoscenza di ciò di cui ha bisogno il consumatore sarà possibile offrirgli proprio la soluzione che fa al caso suo.

Vediamo di seguito un esempio.

“Vendimi questa penna”: l’arte di comprendere i bisogni per trovare soluzioni su misura

Chi ama il buon cinema probabilmente avrà visto “The Wolf of Wall Street”, con Leonardo DiCaprio.

Il film narra la storia vera del broker miliardario Jordan Belfort e della sua parabola nel mondo della finanza rampante di Wall Street negli anni ‘80.

In una delle scene del film, un giovane ma già sicuro di sé Belfort prova ad “addestrare” il suo primo team di aspiranti broker. Per mettere alla prova le loro doti, chiede loro di cercare di vendergli una penna.

Il più sveglio della truppa si limita a chiedere a Belfort / DiCaprio di scrivergli il proprio nome, Belfort risponde ammiccando che non ha la penna, et voilà e l’altro prontamente gliela porgo. Dopo che un bisogno è stato creato, la vendita si è chiusa con successo.

La morale della scena è: saper vendere vuol dire analizzare la situazione e comprendere le necessità o i desideri di chi si ha di fronte per poterli esaudire con il nostro prodotto o servizio.

L’ascolto attivo è fondamentale per avere accesso all’altro, per comprendere il suo mondo e le sue esigenze, per potersi relazionare con il cliente occupandosi veramente di quello che vuole.

Sarà l’esperienza della conversazione, l’esperienza della relazione umana che convincerà più di ogni altra cosa il cliente ad accettare la proposta. Le caratteristiche del prodotto o del servizio saranno un valido supporto e serviranno per fornire utili informazioni aggiuntive.

Non ti rimane che provare per credere: sei davvero capace di vendere quella penna?

Imprese della moda, a Brescia il 47 per cento è guidato da donne

in Commercio/Economia/Tendenze by
Moda a Brescia

Donne e moda in Lombardia. Sono 13 mila le imprenditrici nella moda in Lombardia su 93 mila in Italia. Hanno 32 mila addetti. Sono concentrate a Milano, 4.398, il 33% delle imprese di moda con quasi 10 mila addetti. Pesano in regione il 38% del settore, rispetto al 42% in Italia, circa la metà.  Sono 2 mila A Brescia, oltre mille a Bergamo e Varese, quasi mille a Como. Più femminile è Sondrio col 55% di imprese della moda al femminile, oltre duecento, con Brescia dove le donne sono il 47% del settore, circa la metà. Il 23% delle imprese sono di straniere e l’11% di giovani. A Milano le straniere salgono al 34% e i giovani al 12%. In particolare cresce il design, +10% le imprese a  Milano in un anno, +5% in Lombardia e +5% in Italia.

Donne e moda in Italia. Sono 93 mila le imprenditrici nella moda in Italia su 221 mila imprese del settore, il 42%. Hanno 216 mila addetti. Sono concentrate a Milano, 4.398, il 33% delle imprese di moda. Per numero di imprese femminili nella moda sono prime Napoli con quasi 7 mila imprese, il 33%, Roma con oltre 6 mila, 42%, Milano con oltre 4 mila, 33%, Firenze con 3 mila, 37%. Prime per addetti: Prato con 14 mila, Napoli con 13 mila, Firenze con 12 mila, Milano con quasi 10 mila, Roma con 9 mila. Più donne a  Savona, tra i centri con oltre 400 imprese femminili nella moda, con 478 imprese, 61%, Viterbo con 460, 58%, L’Aquila con 431, 58%, Livorno con 511, 57%. Maggioranza femminile a Genova e Perugia, entrambe con oltre  mille imprese di donne nella moda.

Il 21% delle imprese sono di straniere e il 13% di giovani. A Prato le straniere sono il 76% e a Firenze il 48%.

Crescono le imprese femminili a Verbania, da 199 a 211 in cinque anni, a Livorno, da 505 a 511, a Prato da 2954 a 2986, a Sondrio da 225 a 227, ad Asti con 254 e 256. Tengono le imprese a Verona con oltre mille, Udine con 565 imprese, Milano con 4.398.

Arriva la settimana della moda: in Lombardia 128mila occupati nel settore

in Artigianato/Commercio/Economia/Tendenze by
Moda, foto da Pixabay

A Milano sta per arrivare la settimana della Moda (e poi toccherà alla Design week, col Salone del mobile). Un mondo che a Milano città coinvolge circa 25 mila imprese e 128 mila addetti, secondo i dati al 2018 della Camera di Commercio di Milano Monza Brianza Lodi su sedi e unità locali tra shopping di moda, alloggio, ristorazione, servizi business di trasporto e allestimenti, visite ai musei. Circa il 64% tra alloggio e ristorazione, il 22% nello shopping, il 14% nei servizi business, trasporti, 1% nel nella cultura e tempo libero.

Addetti e giro d’affari annuale. Milano città pesa circa il 5% nazionale per addetti con 128 mila e circa il 20% per giro d’affari annuale (oltre 10 miliardi di euro, circa 160 milioni a settimana, su circa 60 miliardi italiani).

Alloggio e ristorazione valgono il 64% delle imprese dell’indotto della città (16 mila imprese per i due settori insieme, +8% l’alloggio in un anno e + 3% la ristorazione).. Quasi 2 mila gli alloggi, 14 mila tra ristoranti e bar.

Shopping di moda, il 22% delle imprese coinvolte. Sono oltre 5 mila le attività di commercio al dettaglio nell’abbigliamento, tra vestiti e calzature

I servizi business, trasporti con oltre 3 mila imprese (14% del totale indotto cittadino, +0,9% per i trasporti e +2% i servizi business). Si tratta di oltre 2 mila imprese nei servizi collegati tra taxi e noleggio autovetture e oltre mille imprese nell’organizzazione di convegni, allestimenti.

Visite museali (1% del totale indotto cittadino). Ci sono circa 200 imprese in attività museali e visita di luoghi storici.

Negozi con più di 50 anni di vita: a Brescia sono 122

in Commercio/Economia by
Negozi storici, foto generica

Le imprese ultracinquantenni del commercio sono 1.427 in Lombardia. Secondo una elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi sui dati del registro delle imprese al terzo trimestre 2018, sono in media l’1,6% del totale italiano, il dato cresce al 2,3% lombardo e la loro diffusione è  del 2,4% a Milano e Monza con 617 botteghe antiche su quasi 26 mila negozi. La più storica nel commercio lombardo è Varese col 4% di attività del settore con oltre 50 anni, 196 su quasi cinquemila. Poi c’è Cremona col 2,9%, 64 su 2.227, Como con 2,8%, 91 su oltre 3 mila, Lecco col 2,6%, 47 su 1783, Lodi col 2,4% pari a 30 negozi storici su 1.245. Per numero di attività storiche nel commercio al dettaglio in regione, dopo Milano e Monza con 617, ci sono Varese con 196, Brescia con 122, Bergamo con 118.  Toccano le 1.783, inclusa la ristorazione.

Imprese storiche in tutti i settori, 18 mila in Lombardia. Sono 18 mila in Lombardia, il 2,2% di tutte le imprese, rispetto al 1,2% in Italia. Sono concentrate a Milano e Monza con circa 10 mila, Varese con quasi 2 mila, Bergamo, Brescia e Como con circa mille.

Commercio: imprese di donne in un caso su cinque. Si tratta di imprese storiche femminili nel commercio nel 21% dei casi in regione. Sale la quota a Cremona con 36% e a Mantova col 32%. Molte donne anche a Brescia, il 26%. Ci sono anche 8 imprese storiche con a capo stranieri e 4 guidate da giovani.

I settori. Prevalgono minimercati (179 imprese storiche, di cui 73 a Milano e Monza, 40 a Varese), poi ferramenta (87, di cui 38 a  Milano e Monza, 13 a  Brescia), gioiellerie (73, di cui 43 a  Milano e Monza, 11 a  Varese), vendita di arredo e mobili (68, di cui 24 a  Milano e 10 a Pavia). Tra i primi settori anche alimentari, mercerie, macellai, boutique, calzature, intimo. Sono 356 le imprese storiche nella ristorazione.

A Milano città sono 467 le imprese storiche nel commercio e nella ristorazione, il 2% delle imprese dei settori nel comune. I 383 negozi sono il 3,2% dei 12 mila negozi cittadini.

Confesercenti, Brescia istituisca un fondo straordinario per i creditori di Qui! Group

in Associazioni di categoria/Commercio/Confesercenti/Economia by

Confesercenti della Lombardia Orientale si rivolge al Sindaco di Brescia per chiedere l’istituzione di un fondo straordinario a sostegno delle imprese che hanno crediti aperti nei confronti di  Qui! Group, l’azienda distributrice dei buoni pasto Qui!Ticket, per pasti somministrati a dipendenti del Comune. “Com’è noto, il 6 settembre il Tribunale di Genova ha dichiarato il fallimento di QUI!Group Spa. Avendo il Comune di Brescia aderito alla convenzione Consip con la società, numerosi pubblici esercizi hanno conseguentemente sottoscritto specifici contratti con Qui!Group per somministrare ai dipendenti comunali pasti mediante il sistema a “buoni pasto parametrali”, spiega Alessio Merigo, Direttore Generale di Confesercenti della Lombardia, nella cui sede si è svolto un incontro per informare gli esercenti sull’iter fallimentare della società e sulle modalità di presentazione delle domande di recupero crediti .

“Qui!Group – prosegue il Direttore Merigo – nel corso del tempo ha avuto alcuni ritardi nei pagamenti delle competenze degli esercenti, poi rientrati. La situazione è però drasticamente precipitata nel luglio di quest’anno, fino ad arrivare al fallimento. Purtroppo, numerosi esercizi risultano oggi creditori di Qui!Group per le fatture di luglio ed agosto 2018 ed, in alcuni casi anche, di giugno. Si può ben immaginare cosa significhi per una micro impresa una perdita di questa natura. Oltre al danno economico, vi è l’amarezza di subire il fallimento di un’azienda selezionata da Consip secondo le più rigide procedure di finanza pubblica”.

Da qui l’iniziativa dell’associazione, che ha inviato una lettera al primo cittadino per chiedere un intervento a sostegno delle imprese coinvolte. “Stiamo attivando le procedure affinché le imprese possano insinuarsi al passivo del fallimento, tuttavia sarà molto difficile poter recuperare i crediti vantati, se non in minima parte. Perciò, pur nella consapevolezza che il fallimento di Qui! Group non sia direttamente ascrivibile a ritardi di pagamento o comportamenti non corretti del Comune di Brescia, chiediamo al Sindaco l’istituzione di un fondo straordinario al quale possano accedere coloro che vantino crediti certificati per pasti somministrati a dipendenti del Comune di Brescia”.

La Retail Apocalypse: e-commerce in crescita e negozi chiusi anche in Italia?

in Commercio/Economia/Evidenza by
Negozio chiuso

Il termine Retail Apocalypse descrive il fenomeno che riguarda la chiusura dei negozi fisici a causa del cambiamento comportamentale della popolazione. 

Questo avvenimento iniziato negli Stati Uniti sta prendendo piede anche in Italia, perché le nuove generazioni, rispetto a quelle prima dei millennials hanno cambiato stile di vita e logiche di spesa.

In Italia non troviamo ancora nessuna grande apocalisse: nel 2017 esistevano ben 943 centri commerciali e nel 2018 se ne sono aperti di nuovi.

A subire maggiormente gli effetti della crisi, invece, sono i piccoli negozi che chiudono al ritmo di uno su dieci, per un totale di oltre 90 mila esercizi commerciali in meno negli ultimi 12 mesi secondo il report Confesercenti.

Tra le categorie più colpite ci sono i negozi del tessile-abbigliamento, il cui numero si è ridotto di un quinto in un anno. Altri settori molto colpiti sono ferramenta e costruzioni (-19,9%), oreficerie, profumerie (-17,5%) e librerie (-17%).

Le nuove tecnologie stanno creando una nuova logica di accesso ai prodotti e servizi e appaiono molto evidenti i punti critici della distribuzione tradizionale. Vediamo i principali 10 motivi che hanno determinato questo fenomeno:

  1. Il prezzo è certamente più competitivo in un acquisto online perché ovviamente i portali internazionali ed italiani possono lavorare su un fattore di scala maggiore anche rispetto alla GDO;
  2. Il consumatore oggi vuole un ampio catalogo e non essere vincolato dal limite fisico del magazzino di un esercente. Per questa ragione un’acquisto online è certamente più soddisfacente;
  3. Attraverso il digitale si ha un contatto diretto con il prodotto e quindi è maggiormente stimolato il senso di possesso del cliente potenziale. Se ci si reca in un negozio di abbigliamento ci si trova di fronte a una commessa o spesso al proprietario del negozio che magari animato dalle migliore intenzioni cerca di dare i suoi consigli. In questo modo però diventa un intermediario che “allontana” il cliente dal prodotto. Invece spedendo a casa un numero anche elevato di vestiti tramite un servizio di e-commerce questi diventano automaticamente “i vestiti del cliente” che tenderà ad appropriarsene rendendo indietro solo nel caso in cui il capo non “vesta bene”;
  4. Sul canale digitale è possibile ottenere recensioni e pareri disinteressati di altri clienti dello stesso prodotto. Oggi un’analisi di opinioni online vale molto di più del buon consiglio del “esercente del paese” su cui può esistere anche solo il sospetto di un tentativo promozionale. Sempre più inoltre esistono servizi automatici di advisor online che utilizzano il chatbot o fanno parlare con un’esperto gratuitamente in modo da indirizzare il cliente alla giusta scelta;
  5. I consumatori percepiscono con meno importanza l’elemento della posizione di un punto vendita e sono disposti a muoversi o aspettare per trovare l’occasione giusta. Già oggi in Italia il concetto di “andare a vedere le vetrine” nel centro storico di una città o di un paese si sta perdendo e anche per ragioni di aggregazione sociale ci si sposta nei grandi centri commerciali seguendo un lifestyle occidentale-nordamericano. Ma nel prossimo futuro come sta accadendo li la gente vorrà fare acquisti da casa;
  6. I brand e i produttori di prodotti di lusso comprendono che la gestione della loro “awareness” deve passare sul canale digitale. Un’azienda viene oggi valutata per il database clienti fidelizzati non per il numero di punti vendita. In molti casi anche quando la rete retail è proprietaria costituisce un vincolo. Recentemente il brand americano Bebe, specializzato in abbigliamento femminile rinuncerà ai suoi 170 punti vendita per passare direttamente all’online;
  7. Si stanno diffondendo anche in Italia molti servizi di Dropshipping a prezzo competitivo che si occupino loro dello stoccaggio e della spedizione della merce direttamente al consumatore. Questo consente alle aziende produttrici di ridurre addirittura i costi logistici;
  8. La percezione della sicurezza online è alta anche grazie alle recenti normative e all’introduzione di nuove tecnologie è in costante crescita. L’esperienza di gestione di un diritto di recesso è aumentata del 3500% negli ultimi 3 anni;
  9. Il digitale consente una maggiore flessibilità perchè un sistema e-commerce è un negozio sempre aperto, 24 ore su 24, al contrario della maggior parte delle attività commerciali tradizionali. Non richiede ovviamente una presenza fisica e le sue luci sono accese a chiunque voglia entrare, in qualsiasi momento desideri farlo;
  10. Oggi molte realtà vogliono internazionalizzare le proprie competenze concentrandosi su una nicchia verticale per farlo i costi di sviluppo di una rete commerciale di punti fisici sono troppo alti mentre lavorare attraverso meccanismi virali digitali appare sempre più come la scelta migliore.

Ma la questione che oggi si pone anche in considerazione delle importanti conseguenze sociali è se la metà dei punti vendita italiani faranno nei prossimi anni la fine delle cabine telefoniche e dei video noleggi ?

Non manifestandosi una vera e propria apocalisse il primo istinto è quello di sottovalutare il problema perché ancora non diffuso in modo evidente. 

Tuttavia bisogna riflettere sul fatto che spesso questi cambiamenti negli stili di acquisto si diffondo in modo esponenziale e in pochissimo tempo quel che sembrava la norma viene completamente stravolta.

Come quindi un esercente che non ha una produzione di prodotti propri può preparasi ?

Va anzitutto premesso che non è semplice cambiare rotta dopo magari 30-40 anni di lavoro dove si sono accumulate tante esperienze positive ed un modus operandi che si è per tante ragioni radicato. Quindi non va assolutamente banalizzata la difficoltà di tale processo.

Alcune indicazioni:

  • Prima di tutto bisogna riflettere sul catalogo che non può essere limitato ad un’offerta che si può trovare facilmente online magari dello stesso prodotto o di uno equivalente. A volte in questo caso una scelta vincente è dare spazio a piccole produzioni locali che vengono spesso valorizzate sul target turistico;
  • Le persone verranno in un punto di vendita fisico se troveranno un’esperienza in questo luogo. Un buon esempio può essere la libreria che si converte in “locale per aperitivi cultural”i dove vengono presentate le nuove uscite editoriali;
  • Il digitale deve essere accuratamente presidiato perché la propria community di follower sarà più importante della propria vetrina;
  • Infine se le prospettive non sono rosee può essere da valutare una conversione del punto vendita. Questo accade ad esempio al negozio di abbigliamento che si converte in centro estetico che per la natura dei suoi servizi è più protetto

Gelaterie artigianali: nel Bresciano sono un business per Under 35

in Alimentare/Commercio/Economia/Partner 2 by
Gelaterie

Non manca la scelta per degustare un buon gelato. Un business da 179 milioni su 1,5 miliardi in Italia (il 12% nazionale). Sono oltre 2.600 le aziende del “gelato” in Lombardia, tra pasticcerie, gelaterie (compresi gli ambulanti) e aziende manifatturiere che si occupano della produzione, e registrano rispetto allo scorso anno una crescita del +0,6% . A crescere di più rispetto allo scorso anno sono Monza e Brianza, dove si contano in tutto 201 imprese del settore gelati (+5,8%) e Lodi (+7,5%). Prime, per offerta di gelati, in Lombardia sono Milano con 794 gelaterie, Brescia con 380 imprese, Bergamo con 278, Varese con 261. Emerge da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati Registro Imprese.

Milano, business estivo in crescita del 30% rispetto al resto dell’anno. Per le pasticcerie e gelaterie milanesi, sentite dalla Camera di commercio le creme classiche fanno la parte del leone, seguite dai gusti innovativi. Business estivo in crescita rispetto agli altri periodi dell’anno, con un 30% in più. In aumento la domanda dei turisti. Vanno coni e coppette richieste da persone di tutte le età, bambini, ragazzi e adulti. Crescono i dolci per allergici e intolleranti. Sono 794 le gelaterie milanesi, +1%, circa, un imprenditore su dieci è straniero (8,8%). Circa 3 mila gli addetti. Il business del gelato a Milano vale  83 milioni all’anno.

Gli addetti al lavoro nei settori della produzione e commercio di gelato in Lombardia sono quasi 10mila. Buona la presenza di donne gelataie in regione, che rappresentano il 31,2% del totale, con picchi a Lodi e Pavia, dove la quota raggiunge il 37,2%. Forte anche la presenza di giovani, sono il 10,8% in regione, è Brescia in Lombardia che detiene il primato degli imprenditori under35 attivi nel settore (13,9%). Non mancano gli stranieri a cimentarsi con uno dei simboli del gusto italiano nel mondo (5,6% del totale regionale), in particolare a Milano dove è straniero circa un gelataio su 10 (8,8%). E in regione il gelato è di qualità: gli artigiani che lo producono in proprio sono il 75,9% del totale.

Le gelaterie in Italia. Sono oltre 19 mila tra produzione e vendita e danno lavoro a quasi 73 mila addetti. Regina del gelato è Roma con 1.423 attività e 4.336 addetti. Seguono Napoli per imprese (901) e Milano per addetti (2.918). Tra le prime 10 per imprese anche Torino, Salerno, Bari, Brescia, Palermo, Venezia, Messina e Catania, a crescere di più sono Nuoro e Lodi (+7,5%) e Teramo (+6,5%).

 

Creme solari e per la pelle, a Brescia un business per 400 attività

in Commercio/Economia/Tendenze by
Crema solare

Sfiora i 900 milioni di euro l’export italiano di prodotti per la cura e conservazione della pelle inclusi prodotti per l’abbronzatura e antisolari nel 2017, registrando una crescita del 9,5% in un anno, circa 80 milioni di euro di esportazioni in più, secondo l’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati Istat. Sono circa 22 mila le imprese in Italia legate al settore cosmetico, tra produzione, commercio all’ingrosso e dettaglio, di cui 3.251 in Lombardia, +0,3% nel 2018 a fronte di un rallentamento del settore a livello nazionale, secondo i dati elaborati dalla Camera di commercio sul registro delle imprese. A Milano sono 1.418 (+1,6% in un anno), a Brescia quasi 400 (+2,9%) e a Bergamo circa 300. Prime in Italia per numero di imprese sono Roma con 1.809 e Napoli con 1.729, seguite da Milano, Torino (801 imprese) e Bari (662).

Prodotti solari all’estero, i principali Paesi. È l’Unione Europea il principale mercato dei prodotti made in Italy, assorbendo da sola il 51,% del totale delle esportazioni, mentre è l’Asia orientale il mercato che cresce di più, oltre 40 milioni di euro di export in più (+16%) tra 2016 e 2017. I prodotti italiani si sono diretti soprattutto ad Hong Kong (99 milioni di euro nel 2017, 9,5% del totale), seguita da Francia (96 milioni), Germania (88 milioni) e Stati Uniti (82 milioni) con i primi due Paesi che registrano un’impennata dell’export, rispettivamente +27% e + 28%. Tra i mercati che crescono di più anche Cina (+62%), Arabia Saudita (+55%), Repubblica Ceca (+54%) e Polonia (+48%).

Andrea e Irene, da Gardone Riviera, sono i migliori venditori d’Italia

in Aziende/Commercio/Economia by
Andrea Capponi e Irene Pernisi, venditori premiati

Esperienza e grandi doti da venditori. Questi i punti di forza di Irene Pernisi e di Andrea Capponi che, lo scorso 25 maggio, nella splendida cornice dell’Acquario di Genova, hanno ricevuto il Premio Nazionale AVEDISCO 2018. I brillanti professionisti di Gardone Riviera in provincia di Brescia, sono stati premiati come migliori Incaricati alla Vendita Diretta per l’azienda Herbalife Italia Spa.

AVEDISCO – Associazione Vendite Dirette Servizio Consumatori – si occupa di sostenere, incoraggiare e tutelare la figura dell’Incaricato e i diritti dei consumatori. Per il 24° anno consecutivo ha voluto premiare i migliori Incaricati alla Vendita delle Aziende Associate durante l’evento patrocinato dalla Regione Liguria e dal Comune di Genova e presentato da Giorgio Mastrota.

Irene e Andrea sono stati nominati migliori Incaricati di Herbalife Italia Spa, multinazionale impegnata nella Vendita Diretta di prodotti nutrizionali per il controllo del peso e per la cura della persona, perché negli anni hanno costruito un’organizzazione solida e raggiunto importanti traguardi nel piano di marketing.

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