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Tendenze - page 13

Produzione del miele, è Brescia la capitale della Lombardia

in Agricoltura e allevamento/Alimentare/Economia/Tendenze by

Sono 748 le imprese lombarde attive nella produzione di miele (+8% in un anno, + 25% in cinque anni), il 14% su un totale italiano di 5.389. In testa tra le province lombarde Brescia con 113 imprese, + 6% in un anno, Bergamo (105, +13%), Varese (95 imprese, +3%). Tra le province lombarde che sono cresciute maggiormente rispetto allo scorso anno, Cremona registra un aumento del 27%, seguita da Mantova (+15%), Bergamo (+13%), Sondrio (+12%). Emerge da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano sui dati registro imprese al 2016, 2015, 2011.

“In Italia – spiega Ettore Prandini, Presidente di  Coldiretti Lombardia e vice Presidente nazionale di Coldiretti – abbiamo più di un milione e 300mila alveari per un giro d’affari stimato di 70 milioni di euro. La produzione media per alveare, nelle aziende apistiche professionali è di circa 33,5 chili per alveare mentre la media nazionale generale si aggira intorno ai 17,5 chili per alveare. Quest’anno però la primavera fredda ha dimezzato la produzione di miele di acacia, con cali anche dell’80% in Oltrepò Pavese. La Lombardia – continua Prandini – conta oltre tremila appassionati, fra professionisti e hobbisti e circa 155.000 alveari per una produzione di 1.700 tonnellate di miele, propoli, cera e tutti i derivati del miele e dell’alveare. Il 23,6% dei piccoli apicoltori conferisce in cooperativa, il 22% vende direttamente ai consumatori al dettaglio e il 20,8% ai grossisti, mentre il resto finisce nella rete dei piccoli negozi specializzati. Quella del miele è un’attività storica in Lombardia, considerato che proprio a Milano nel 1871 si tenne il primo congresso degli apicoltori italiani”.

Il miele prodotto sul territorio nazionale, dove non sono ammesse coltivazioni Ogm, è riconoscibile attraverso l’etichettatura di origine obbligatoria: la parola Italia deve essere obbligatoriamente presente sulle confezioni di miele raccolto interamente sul territorio nazionale mentre nel caso in cui il miele provenga da più Paesi dell’Unione Europea, l’etichetta deve riportare l’indicazione “miscela di mieli originari della UE”, se invece proviene da Paesi extracomunitari deve esserci la scritta “miscela di mieli non originari della UE”, mentre se si tratta di un mix va scritto “miscela di mieli originari e non originari della UE”.

Le imprese in Italia. Sono 5.389 le imprese italiane attive nella produzione di miele, in crescita del +8% in un anno e del 27% in cinque. La provincia italiana con più imprese è Torino (243, +12% in un anno), seguono Cuneo con 225, +8%, Catania con 199, + 5%, Trento con 149, + 10%.

Gli addetti. Nel 2016 in Lombardia gli addetti totali hanno registrato un aumento del 7%, passando da 338 nel 2015 a 361. Sono cresciuti maggiormente a Sondrio (+32%), Milano (+39%). In Italia gli addetti sono passati da 2.952 a 3.129 (+6%). Le province con più addetti sono Cuneo con 159, Catania con 139, Torino con 135.

Brescia, le rimesse degli immigrati valgono 150 milioni all’anno

in Economia/Export/Finanza/Tendenze by

Secondo i dati di Banca d’Italia, elaborati dall’Ufficio Studi e Statistica della Camera di Commercio di Brescia, ammontano a 150 milioni le rimesse che gli immigrati stranieri residenti a Brescia hanno inviato nel 2016 ai loro paesi di origine. Si tratta del 14,2% dell’importo complessivo delle rimesse regionali. Valore questo che colloca Brescia in seconda posizione dopo Milano, che assorbe il 38,9% del valore regionale.

Le rimesse degli immigrati stranieri a Brescia sono aumentate nell’ultimo anno del 3,9% e del 12% negli ultimi cinque anni. In Lombardia le rimesse sono aumentate nell’ultimo anno dell’1,0%, mentre rispetto al 2012 sono diminuite del 19,5% passando da 1,45 a 1,17 miliardi di euro con un peso del 23% sul totale delle rimesse italiane. In controtendenza la dinamica nazionale: il denaro che gli immigrati italiani hanno mandato a casa è diminuito, rispetto allo scorso anno, del 3,4% ed in misura più netta negli ultimi cinque anni (-25,7%).

Estendendo l’analisi a un più ampio arco temporale è evidente che dal 2005 le rimesse degli immigrati hanno seguito un trend crescente, su tutti i livelli territoriali, fino a raggiungere il valore massimo nel 2011. Il 2012 segna una battuta d’arresto: tra il 2011 e il 2012 il denaro esportato attraverso i canali formali (banche e money transfert) è diminuito del 7,6% a livello nazionale, del 7,9% in regione ed in misura più marcata a Brescia: – 11,9% (da circa 153 milioni di euro a 135). Gli effetti della crisi sono stati evidenti, tuttavia dal 2013 le rimesse degli immigrati bresciani hanno ripreso a crescere, mentre in Lombardia e a livello nazionale la dinamica è proseguita su una traiettoria discendente.

In media gli immigrati bresciani hanno inviato nel loro paese di origine, nel 2016, circa € 921,00 a testa, meno della media nazionale (€ 1.009,4) e di quella lombarda (€ 1.016,3). A livello regionale i più generosi verso i Paesi di origine sono gli immigrati residenti a Milano che rimettono in media all’anno € 1.315,5; seguono poi Monza -Brianza con € 948,3 e Brescia che si colloca in terza posizione. Fanalino di coda è Lodi con € 573,7.

Dove vanno le rimesse bresciane. I maggiori beneficiari delle rimesse degli immigrati bresciani risiedono in Pakistan (20,94 milioni di euro pari al 13,9% del totale provinciale), in India (19,9 milioni di euro), in Senegal (17,2 milioni di euro) in Romania (12,1 milioni di euro) ed in Marocco (7,85 milioni di euro). I cinesi sono tredicesimi nella graduatoria provinciale, negli ultimi anni hanno ridotto notevolmente il volume delle rimesse perdendo posizione. Negli anni 2011 e 2012, infatti, erano in testa alla classifica.

In calo anche il volume dei trasferimenti verso la Romania (-7,1% nell’ultimo anno; -24% rispetto al 2011), il Marocco (-0,1% sul 2015; -36,0% negli ultimi cinque anni), l’Albania (- 3,5% rispetto al 2015; -14,3% sul 2011) e la Moldavia (-3,9% sul 2015; -13,9% sul 2011).

L’aumento delle rimesse bresciane degli ultimi cinque anni è, dunque, sostanzialmente dovuto ai pakistani, agli indiani ed ai senegalesi. Importante anche l’aumento delle rimesse dei bengalesi che risultano peraltro i più generosi poiché nel 2016 hanno trasferito nel loro paese d’origine €3.269 a testa, seguiti a breve distanza dai filippini con € 3.109 e dai cingalesi con € 2.485.
Gli immigrati imprenditori. Lavorano, risparmiano e rimettono alle famiglie di origine. Immigrati che sono anche imprenditori: alla fine del 2016 le imprese straniere operanti a Brescia ammontano a 13.016, ovvero più di una impresa su dieci è straniera. Il 9,0% è di origine extra UE 28 e l’1,8% è di origine comunitaria. In circa otto casi su dieci si tratta di piccole imprese (imprese individuali) con titolare straniero. Sono 4.260 gli imprenditori registrati provenienti da Cina, Marocco, Romania e Pakistan, essi rappresentano le quattro nazionalità principali con più del 40% del totale.

Importante è anche la presenza di imprenditori nati in Albania (750 imprese pari al 7,7% del totale), quelli nati in Senegal (590 imprese pari al 6,0% del totale) ed in Egitto (461 imprese pari al 4,7% del totale).

L’incidenza delle rimesse sul valore aggiunto. L’importanza delle rimesse degli immigrati in ambito provinciale è evidente anche dalla loro incidenza sul valore aggiunto. Per Brescia, nel 2016, le rimesse hanno inciso per lo 0,42% sul totale del valore aggiunto, percentuale superiore alla Lombardia (0,36%) e nazionale (0,34%). Nel 2005 il valore di quest’indice a Brescia era pari allo 0,22% aumentato poi tendenzialmente di anno in anno.

rimesse immigrati 2016

Finanza e terzo settore, ecco il sesto rapporto di Ubi Banca

in Banche/Economia/Evidenza/Tendenze/UBi by

E’ stato diffuso il sesto rapporto di Ubi Banca sul rapporto tra banca e terzo settore. Il rapporto 2016 si concentra sui fabbisogni finanziari e le prospettive evolutive di due gruppi che compongono il Terzo settore italiano: da un lato, infatti, l’indagine è volta ad esplorare le previsioni di entrate per il 2017, i rapporti con le banche e le prospettive future in termini di fabbisogni finanziari delle cooperative sociali; dall’altro, la stessa analisi è stata condotta sulle associazioni di maggiori dimensioni (entrate superiori a 50 mila euro).

Principali evidenze relative alle cooperative sociali:

  1. Peggioramento della stabilità dei rapporti con la Pubblica Amministrazione (-2,4%) e migliora-mento delle previsioni di crescita delle entrate da vendita di beni e servizi sul mercato (+1,6%)
  2. Si consolida l’utilizzo di servizi digitali (91,6%), così come pure la richiesta di sviluppare servizi a supporto della raccolta fondi (+2,8%)
  3. Aumentano le richieste di finanziamento (+3,6%), in particolare quelle per investimenti (+2,4%)
  4. L’autofinanziamento si conferma la principale fonte di copertura (40,9%) degli investimenti previ-sti, le cui previsioni sono in aumento (+11,2%)
  5. La conoscenza da parte delle cooperative sociali rispetto agli strumenti di finanza ad impatto socia-le riguarda 1 realtà su 4, di queste, il bacino potenziale di utilizzatori è pari a 7 cooperative sociali su 10

Principali evidenze relative alle associazioni:

  1. Le associazioni, ed in modo particolare le organizzazioni di volontariato (73,3%), sono caratterizza-te soprattutto da previsioni (per il 2017) di stabilità dei rapporti con la Pubblica Amministrazione e relative entrate (63,0%, + 11,4% rispetto alle cooperative sociali)
  2. Alta percentuale di utilizzo di servizi digitali (92,0%) e di interesse allo sviluppo di servizi di sup-porto alla raccolta fondi (84,0%); bassa percentuale di richiesta di finanziamenti (18,0%)
  3. La principale fonte di copertura dei fabbisogni finanziari futuri è l’autofinanziamento (35,9%), se-guita dalle entrate da soggetti privati (34,0%)
  4. Bassa sia la conoscenza (34,0%) che l’interesse all’utilizzo (19,0%) degli strumenti innovativi di fi-nanza ad impatto sociale

 

Milano, 25 Maggio 2017 – UBI Banca, con il supporto scientifico di AICCON (Associazione Italiana per la promozione della Cultura della Cooperazione e del Non Profit), presenta la sesta edizione dell’Osservatorio UBI BANCA su “Finanza e Terzo Settore” nato con l’obiettivo di monitorare in maniera continuativa lo stato e l’evoluzione del fabbisogno finanziario dei diversi soggetti che compongono il Terzo Settore.

Per il sesto anno consecutivo prosegue l’osservazione delle principali tipologie giuridiche di organizzazioni non profit, intrapresa nel 2011 con l’analisi annuale sulla cooperazione sociale, cui si è aggiunto nel corso degli anni il focus sull’associazionismo (2012), sulle fondazioni (2013), sulle imprese sociali aventi forma giuridica di Srl (2014) e sugli ibridi organizzativi a matrice cooperativa (2015).

La VI edizione dell’indagine, riferita all’anno 2016, è stata realizzata attraverso un’analisi campionaria svolta tramite la somministrazione di un questionario di indagine rivolto rispettivamente ai responsabili di 250 cooperative sociali e consorzi di cooperative sociali e di 100 associazioni di grandi dimensioni in termini di entrate (superiori a 50 mila euro).

Secondo i dati più recenti (ottobre 2016, fonte: Unioncamere), le cooperative sociali iscritte nel Registro delle Imprese risultano 22.744 unità. L’Albo delle Cooperative Sociali del Ministero dello Sviluppo Economico ne conta, invece, 23.110 (febbraio 2017).

Le associazioni italiane, invece, sono complessivamente 269.353 (Istat, IX Censimento Istituzioni Non Profit, dati relativi al 2011) e hanno un volume di entrate superiore a 31,6 miliardi di euro. Le associazioni con entrate superiori a 50 mila euro, tra cui sono state selezionate i 100 soggetti che costituiscono il campione dell’Osservatorio, sono 46.128, ovvero il 17,1% del totale delle associazioni, che in termini di entrate rappresentano il 91,0% del totale delle entrate complessive delle associazioni.

 

 

Il focus sulle cooperative sociali

 

La VI edizione dell’Osservatorio UBI Banca su “Finanza e Terzo settore” restituisce una fotografia della cooperazione sociale italiana che evidenza, da un lato, una riduzione, rispetto alla precedente edizione dell’Osservatorio, delle previsioni di stabilità per il 2017 nei rapporti con il pubblico (-2,4%) e, in generale, un peggioramento delle previsioni di entrate da contributi, convenzioni, donazioni e rapporti con la Pubblica Amministrazione (una diminuzione del -3,6% delle previsioni di crescita e un aumento del 6,8% delle previsioni di diminuzione); dall’altro, un miglioramento delle previsioni di crescita (+1,6% rispetto all’anno precedente) e di stabilità (+2,0% rispetto al 2015) delle entrate market, a conferma di un crescente orientamento da parte della cooperazione sociale italiana verso il mercato a domanda pagante composto da privati cittadini al fine di raggiungere la propria sostenibilità economica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dal lato della domanda (cooperative sociali), emerge soprattutto una richiesta al sistema bancario di servizi basati sulle tecnologie digitali ICT e di supporto in termini di strumenti di raccolta fondi. Rispetto all’utilizzo di servizi/strumenti  messi a disposizione dagli istituti di credito con cui si hanno rapporti, oltre 9 cooperative sociali su 10 indicano infatti di aver fruito di servizi digitali, mentre relativamente alla richie-sta di sviluppo di nuovi strumenti/servizi in capo alle banche, l’istanza principale (oltre 7 cooperative su 10) riguarda il supporto alla raccolta fondi (+2,8% sull’anno precedente) che, più in generale, può essere letto come una richiesta di supporto in termini di competenze finanziarie di cui talvolta le organizzazioni del Ter-zo settore non sono totalmente padrone. Aumentano complessivamente le richieste di finanziamento (3,6% sul 2015, anno in cui avevano fatto registrare un andamento negativo sia le richieste di finanziamento a supporto delle attività che per investimenti). In particolare, il 23,6% (+2,4% rispetto al 2015) delle coope-rative sociali dichiara di aver utilizzato finanziamenti per investimenti negli ultimi 12 mesi.

 

 

 

 

Interessante il punto di vista della cooperazione sociale osservata rispetto al tema della finanza ad impatto sociale: poco meno di 1 cooperativa su 4 dichiara di conoscere tali strumenti, anche se tale conoscenza ri-sulta essere maggiormente legata ad una consapevolezza della loro esistenza, piuttosto che ad un reale ap-profondimento del meccanismo di funzionamento di questi strumenti. Tra coloro i quali dichiarano di co-noscere gli strumenti di finanza ad impatto sociale, 7 su 10 dichiarano di essere interessati all’utilizzo di tali strumenti. Al fine di implementare l’utilizzo di strumenti di finanza ad impatto sociale, le cooperative inte-ressate dichiarano che sia necessario approfondire, oltre alla conoscenza in sé dello strumento, anche i cri-teri utilizzati per l’individuazione degli obiettivi di impatto sociale, tema quest’ultimo che oggi, con la ri-forma del Terzo settore (l. n. 106/2016), è oggetto di discussione sia a livello ministeriale (con il relativo de-creto attuativo che dovrà concretizzare quanto previsto nel testo della riforma) che all’interno del mondo della cooperazione sociale, sempre più orientata a comprendere gli strumenti e i processi volti alla valuta-zione dell’impatto sociale da loro generato.

Per l’anno in corso le cooperative sociali prevedono altresì un aumento rispetto al proprio fabbisogno finanziario per investimenti (+11,2% rispetto alla precedente edizione). Tra chi prevede investimenti (il 60,4% del campione) l’autofinanziamento si conferma la principale fonte di copertura (40,9%, -6,4% sull’anno precedente) a fronte di esigenze di sviluppo e di investimento.

Il 40,4%, infine, ritiene che per sostenere e incrementare la domanda di investimenti e quindi delle richieste di finanziamento sia necessaria l’istituzione di un fondo di garanzia dedicato; in crescita la percentuale di coloro i quali, invece, ritengono che per lo stesso fine sia necessario ampliare l’offerta di finanza specializzata (21,2%, +8,4% sul 2015).

 

 

Il focus sulle associazioni

La seconda parte della VI ed. dell’Osservatorio riporta le evidenze relative all’associazionismo italiano, esaminando le diversità e le analogie esistenti tra associazioni di promozione sociale (APS), organizzazioni di volontariato (ODV) ed altre forme di associazioni non normate da leggi speciali (quali ad esempio le associazioni culturali e ricreative), nonché rispetto al mondo della cooperazione sociale.

Le associazioni, ed in particolar modo le organizzazioni di volontariato, sono caratterizzate soprattutto da previsioni per il 2017 di stabilità dei rapporti con la Pubblica Amministrazione e relative entrate. Le associazioni di promozione sociale, invece, sono i soggetti che presentano la percentuale più alta (23,5%) relativamente alla diminuzione di questa tipologia di entrate. D’altro canto, la maggior parte delle associazioni interpellate prevede di non avere rapporti con il mercato e di conseguenza entrate, confermando la natura generalmente non commerciale dell’associazionismo italiano. Tra coloro i quali prevedono entrate market, tuttavia, si registra una previsione di sostanziale stabilità rispetto all’anno precedente. Dall’incrocio delle previsioni di entrate con gli ambiti di attività emerge come il settore “Attività sportive” sia quello con le migliori previsioni di crescita in entrambi i casi (25,0%), a conferma della dinamicità e della crescita già in atto delle associazioni operanti in tale contesto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il grado di utilizzo dei servizi offerti dalle banche e l’interesse in termini di sviluppo di nuovi strumenti da parte dell’associazionismo corrisponde a quanto rilevato per il mondo della cooperazione sociale, seppur ovviamente con percentuali differenti tra le due forme giuridiche. Anche in questo caso, infatti, i servizi maggiormente utilizzati sono quelli digitali (92,0%; +0,4% rispetto al campione di cooperative sociali), mentre l’orientamento principale in termini di innovazione nell’offerta bancaria va nella direzione dello svi-luppo di strumenti di supporto alla raccolta fondi (84,0% contro il 74,6% delle cooperative sociali). Solo il 18,0% delle associazioni ha avanzato richieste di finanziamento (-33,6% rispetto alle cooperative sociali), di cui l’8,0% per investimenti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel caso dell’associazionismo, risulta basso sia il livello di conoscenza (3 su 10 associazioni) che l’interesse all’implementazione di strumenti di finanza ad impatto sociale espresso dalle associazioni del campione (19,0% delle associazioni), soprattutto per quel che riguarda le associazioni di promozione sociale (rispetti-vamente 29,4% e 11,8%).

Per l’anno in corso oltre la metà delle associazioni interpellate prevedono un aumento rispetto al proprio fabbisogno finanziario per investimenti (57,0%). Tra chi prevede investimenti, l’autofinanziamento è la principale fonte di copertura (35,9%, -5 punti percentuali rispetto alle cooperative sociali) del fabbisogno finanziario previsto dall’associazionismo, seguita dalle entrate da soggetti privati (34,0%).

 

L’impegno di UBI Banca per il Terzo Settore

L’appuntamento annuale con la presentazione dell’indagine dell’“Osservatorio UBI Banca su Finanza e Terzo Settore” si inserisce in un percorso strategico di comprensione e di un più efficace supporto al mondo del non profit avviato da UBI Banca fin dal 2011 con l’introduzione di una struttura organizzativa specificatamente dedicata alla gestione dei rapporti con la clientela appartenente al settore non profit laico e religioso. A fine 2016, nell’ambito del Progetto Banca Unica e del Piano Industriale 2019/2020, è stato definito un nuovo assetto e collocamento organizzativo riferito al mondo Enti, con la costituzione di una nuova Area strategica denominata UBI Comunità con lo scopo di presidiare e sviluppare gli ambiti di business e le relazioni commerciali collegate sia al mondo del terzo settore e dell’economia civile sia agli enti pubblici ed ai sistemi associativi. Attraverso questa evoluzione UBI Banca si pone l’obiettivo di consolidare e rafforzare ulteriormente il rapporto con i territori di inserimento, con i diversi attori e con le realtà economiche e sociali di cui sono espressione, creando al contempo valore condiviso per le comunità di riferimento. Ciò grazie alla promozione ed al sostegno di iniziative tra il pubblico, il privato ed il privato sociale, ad una sempre maggiore inclusione e coinvolgimento delle comunità locali, nonché alla condivisione delle abilità e competenze del Gruppo UBI Banca.

In tale contesto, l’Area UBI Comunità, attraverso il Servizio Terzo Settore ed Economia Civile, si pone l’obiettivo di supportare investimenti orientati all’impatto sociale e di sostenere percorsi di imprenditoria sociale legati allo sviluppo locale, di comunità e nuove filiere nonché di consolidare e sviluppare il ruolo di partner strategico delle organizzazioni del Terzo Settore, laiche e religiose, in grado di sostenerle nel perseguimento delle finalità sociali e/o pastorali e nei processi di crescita sostenibile.

 

Secondo Vincenzo Algeri, Responsabile Area UBI Comunità di UBI Banca “L’Osservatorio conferma come la qualità e la diversificazione specialistica dell’offerta bancaria sia indispensabile per costruire un rapporto di lungo periodo con il mondo dell’impresa sociale e del non profit in generale. Un settore che conferma la sua resilienza e che continua a crescere in particolare nei mercati in cui si assiste all’arretramento della Pubblica Amministrazione. Con la nuova area strategica UBI Comunità, UBI Banca si pone appunto l’obiettivo di essere il partner di riferimento dei diversi soggetti dell’economia sociale e civile in grado di sostenere e promuovere sinergie e forme di convergenza tra il pubblico, il privato ed il privato sociale”.

“La VI edizione evidenzia come il mondo della cooperazione sociale, nonostante un livello ancora basso di conoscenza, sia molto interessato ad approfondire strumenti orientati all’impatto sociale.” – spiega Guido Cisternino, Responsabile Terzo Settore ed Economia Civile di UBI Banca – “Ovviamente molto dipenderà dai risultati della Riforma del Terzo settore che ci attendiamo possano sbloccare il potenziale di tutto il non profit e promuovere la diffusione di un ecosistema composto da modelli ibridi di interventi di finanza sociale  volti a sostenere gli investimenti orientati all’impatto e soluzioni innovative in grado di rispondere alle nuove sfide sociali che abbiamo di fronte”.

“La banca per le imprese sociali non è percepita solo come intermediario, ma come un soggetto che abilita connessioni e che supporta processi di gestione e di investimento.” – aggiunge Paolo Venturi, Direttore AICCON – “Per questo motivo la sfida in futuro sarà, anche per il sistema bancario, costruire piattaforme ed ecosistemi di servizi per sostenere l’innovazione e lo sviluppo di un settore in profondamente trasformato”.

 

Startup, a Brescia il 12 per cento delle nuove imprese lombarde

in Economia/Startup/Tendenze by
Startup

Voglia d’impresa: ogni giorno nascono a Milano 79 imprese, 200 al giorno in Lombardia. Secondo i dati della Camera di commercio di Milano, in circa un caso su quattro (23,9% a Milano e 27,1% in regione) si tratta di imprese giovani. E per gli aspiranti imprenditori, soprattutto giovani, che desiderano avere informazioni sul mettersi in proprio sono disponibili in Lombardia i servizi della rete dei Punti Nuova Impresa delle Camere di commercio. La Camera di commercio di Milano, attraverso il suo Punto Nuova Impresa, servizio di assistenza specialistico dell’Azienda speciale Formaper, organizza incontri di  gruppo rivolti agli aspiranti imprenditori, due ore di incontri con esperti per parlare degli aspetti burocratici e amministrativi, scelta della forma giuridica, finanziamenti disponibili, accenni al business plan connessi all’apertura di un’attività imprenditoriale. Il prossimo incontro è fissato per giovedì 1 giugno dalle ore 9.30 alle ore 11.30. La partecipazione è gratuita previa iscrizione online obbligatoria. Per informazioni, formaper.pni@mi.camcom.it.

Le start up 2017 in Lombardia. Sono oltre 18 mila le imprese nate in Lombardia nei primi tre mesi dell’anno. Il 27,1% è costituito da imprese giovanili, il 24,3% da imprese femminili e il 19,2% da imprese straniere. Milano concentra il 39,2% delle nuove imprese lombarde seguita da Brescia con il 12,6% e Bergamo con il 10,3%. Il record per le nuove imprese giovani va a Sondrio e Lecco (il 36,7% delle nuove iscrizioni), per le neo-imprese straniere a Mantova (22,8% delle nuove nate). Sondrio è prima anche per peso delle imprese femminili sulle nuove iscritte (31,3%). Emerge da un’elaborazione Camera di commercio di Milano su dati registro imprese al primo trimestre 2017.

Punto Nuova Impresa della Camera di commercio di Milano: per chi vuole mettersi in proprio è possibile partecipare ad un incontro con un esperto del Punto Nuova Impresa di Formaper, azienda speciale della Camera di commercio di Milano. Gli incontri, della durata di due ore, sono riservati a persone residenti/domiciliate a Milano o provincia o a persone intenzionate ad avviare nuove attività imprenditoriali nella medesima provincia per informarle ed orientarle sulla scelta imprenditoriale.

Imprenditori stranieri a Brescia: ecco i dati della Camera di commercio

in Associazioni di categoria/Camera di commercio/Economia/Tendenze by
Imprenditori stranieri in crescita

Sono 13.016 e rappresentano circa l’11% del totale – a fine 2016 – le imprese straniere iscritte al Registro Imprese della Camera di Commercio di Brescia. E’ quanto emerge da una ricerca effettuata dall’Ufficio Studi e Statistica dell’Ente Camerale di Via Einaudi, che certifica, quindi, che più di una impresa su dieci presenti nel territorio bresciano è straniera.

La ricerca evidenzia poi come, negli ultimi dodici mesi, le imprese straniere a Brescia siano cresciute dello 0,8%, confermando un trend positivo, che si registra ormai da sei anni. Complessivamente, infatti, rispetto al 2011, l’aumento è stato del 14,3%, in contro tendenza rispetto alla totalità delle imprese, che hanno mantenuto una dinamica decrescente (-1,8% nell’ultimo anno e -2,4% negli ultimi sei anni).

L’età media degli imprenditori stranieri è di 42 anni, mediamente più bassa degli italiani operanti nella provincia di Brescia di oltre 8 anni.

Il 76,6% degli imprenditori stranieri sono maschi, anche se la crescita dell’imprenditoria straniera degli ultimi anni è stata sostenuta da una maggiore partecipazione femminile. Le imprenditrici straniere titolari di impresa sono infatti cresciute del 23,9% nel periodo 2011-2016.

L’impresa individuale è la forma giuridica prevalentemente scelta dagli stranieri: a fine 2016 erano 9.787 e rappresentavano il 75,2% del totale. Nell’ultimo anno le stesse imprese individuali segnano però arretramenti (-0,2%) ed aumentano, invece, le società di capitali (+9,2%). Rispetto al 2011 le società di capitali straniere sono aumentate del 52%, mentre le imprese individuali sono cresciute dell’11,8%.

“Anche se la ditta individuale continua ad essere la forma di gestione più diffusa – commenta il Segretario Generale della Camera di Commercio, Massimo Ziletti – si registra, negli ultimi anni, una tendenza che vede gli imprenditori stranieri sempre più organizzati, con forme di gestione più strutturate come le società di capitali, segno di una costante crescita della capacità imprenditoriale”.

L’attività prevalentemente esercitata dalle imprese straniere resta il commercio. Si tratta, in particolare, di commercio al dettaglio (quale il commercio ambulante di prodotti tessili, abbigliamento e calzature ed il commercio ambulante di altri prodotti). Segue il settore delle costruzioni (nell’ambito di tale comparto le attività prevalentemente svolte sono i lavori di costruzione specializzati). Entrambi questi settori assorbono il 49% delle imprese straniere. Importanti sono anche i settori manifatturiero ed i servizi di ristorazione.

Tra gli imprenditori individuali, l’84% proviene dai paesi Extra UE, mentre il restante 16% è di origine comunitaria. Gli imprenditori provenienti da Cina, Marocco, Romania e Pakistan rappresentano le quattro nazionalità principali e comprendono più del 40% del totale.

Cinesi, nigeriani e tunisini sono quelli che hanno una maggiore vocazione imprenditoriale. Su 5 cinesi residenti 1 è titolare di un’impresa individuale, mentre il 17,7% dei nigeriani ed il 12,4% dei tunisini residenti fa impresa individualmente. Seguono gli egiziani (9,4%), i pakistani (7,9%) ed i senegalesi (7,8%).

La maggioranza degli imprenditori marocchini, senegalesi e nigeriani operano nel commercio al dettaglio ambulante. Rumeni, albanesi e tunisini si occupano di lavori di costruzioni specializzati o di costruzioni di edifici; la ristorazione è la specializzazione degli egiziani. I cinesi operano nella confezione di articoli di abbigliamento, nel commercio al dettaglio e nella ristorazione. Pakistani e indiani si occupano di attività di supporto per le funzioni d’ufficio e altri servizi di supporto alle imprese.

Manutenzione auto, nel 2016 ai bresciani è costata 693 milioni

in Automotive/Economia/Tendenze by
Manutenzione auto

Nel 2016 gli automobilisti della Lombardia hanno speso per la manutenzione e le riparazioni delle loro autovetture 6,1 miliardi di euro. La provincia lombarda che registra la spesa più alta per la manutenzione e le riparazioni di auto eseguite nel 2016 è Milano, con 2,6 miliardi di euro. Molto più distanziate seguono le province di Brescia con 693 milioni, Bergamo con 579 milioni, Varese con 477 milioni, Monza Brianza con 441 milioni, Como con 308 milioni, Pavia con 232 milioni, Mantova con 222 milioni, Cremona e Lecco con 178 milioni, Lodi con 101 milioni e infine Sondrio che, con 93 milioni, chiude la graduatoria delle province lombarde. Questi dati emergono da uno studio dell’Osservatorio Autopromotec, che è la struttura di ricerca di Autopromotec, la più specializzata rassegna espositiva internazionale delle attrezzature e dell’aftermarket automobilistico, la cui prossima edizione è in programma dal 24 al 28 maggio presso il quartiere fieristico di Bologna.

A livello nazionale nel 2016 gli italiani hanno speso 29,5 miliardi di euro per le attività di manutenzione e riparazione delle loro autovetture. Rispetto al 2015, quando la spesa per la manutenzione e le riparazioni ammontava a 28,4 miliardi di euro, vi è stata una crescita del 3,9%. Sono molti i fattori che incidono sulla crescita della spesa per la manutenzione e le riparazioni di auto. Innanzitutto vi è da considerare l’aumento dei prezzi per la manutenzione e le riparazioni che nel 2016, secondo l’Osservatorio Autopromotec, è stato dell’1,1%. Tale aumento è stato calcolato sulla base di una media ponderata dell’indice Istat del prezzo per la riparazione, di quello per la manutenzione e di quello per i pezzi di ricambio e accessori. Un altro elemento, poi, che ha spinto verso l’alto la spesa è stato l’aumento del parco circolante. Nonostante l’Italia abbia già un tasso di motorizzazione molto elevato, il parco circolante è cresciuto anche nel 2016, registrando un +1,4% rispetto al 2015. A questi fattori si aggiunge anche un aumento della quantità di interventi di manutenzione e riparazione nelle officine che, in base alle stime dell’Osservatorio Autopromotec, è stato dell’1,3%. Tale crescita è dovuta ad un aumento della domanda dei servizi di officina generato dall’invecchiamento di una parte consistente del parco circolante. L’effetto congiunto di questi fattori ha determinato per gli italiani un esborso che, come si è detto, è stato stimato in 29,5 miliardi di euro. Si tratta di un dato indubbiamente positivo per il settore dell’autoriparazione, i cui bilanci negli anni della crisi economica hanno registrato un andamento negativo, come dimostra la pesante contrazione della spesa nel 2012 (-10,5%) e l’ulteriore lieve contrazione del 2013 (-1,1%). Da questo minimo il mercato è ripartito già nel 2014 con una crescita dell’1,4% ed un fatturato stimato a 27,1 miliardi, salito poi a 28,4 miliardi nel 2015 (+4,8%) e a 29,5 miliardi del 2016 (+3,9%). L’andamento del settore dell’autoriparazione, tra l’altro, è stato certamente influenzato anche da altri due importanti fattori. Il primo è la favorevole evoluzione della situazione congiunturale. Il secondo è l’adozione di tecnologie più avanzate e l’introduzione sempre più frequente di nuovi dispositivi che hanno determinato, da un lato, un incremento del costo degli interventi di manutenzione e riparazione e, dall’altro, un costante rinnovo delle attrezzature.

Sono questi i temi ed i motivi di principale interesse per cui il settore dell’autoriparazione attende con particolare attenzione Autopromotec 2017 che sarà un’occasione, oltre che per confrontarsi, anche per una diretta presa di contatto degli operatori con quanto di più avanzato sta maturando nel mondo dell’autoriparazione.

Nel 2017 produzione industriale in crescita, stabile l’artigianato manifatturiero

in Artigianato/Economia/Manifatturiero/Tendenze by

Nel primo trimestre del 2017 – secondo una nota del Centro Studi AIB – l’attività produttiva delle imprese manifatturiere bresciane registra una nuova crescita, a certificazione del complessivo buono stato di salute dell’industria locale. Dopo un 2016 positivo, prosegue quindi il recupero del made in Brescia, favorito, tra l’altro, dalla positiva evoluzione delle vendite, sia in Italia che sui mercati esteri.

Nel dettaglio, la produzione industriale segna un incremento congiunturale dell’1,7%; il tasso tendenziale (ossia la variazione dell’indice nei confronti dello stesso periodo dell’anno scorso) risulta non negativo per la quattordicesima rilevazione consecutiva (+3,1%). Il tasso acquisito, ovvero la variazione media annua che si avrebbe se l’indice della produzione non subisse variazioni fino alla fine del 2017, è pari a +2,7%. Il recupero dai minimi registrati nel terzo trimestre 2013 è dell’11,4%: ciò riporta la produzione su livelli che non si toccavano dal lontano 2011.

L’artigianato manifatturiero bresciano – secondo quanto rileva l’Ufficio Studi e Statistica della Camera di Commercio di Brescia –  chiude il primo trimestre dell’anno con dinamiche tendenziali complessivamente positive. Nel periodo gennaio-marzo la produzione artigiana ha segnato una variazione, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, pari a 3,1%, il fatturato è aumentato del 3,7% e gli ordini del 2,1%. Dal confronto territoriale, inoltre, emerge che l’artigianato bresciano ha conseguito risultati in linea con la media lombarda.

Tuttavia le dinamiche appena descritte non vengono replicate da un punto di vista congiunturale. La produzione registra una variazione nulla, il fatturato una crescita dello 0,8%, gli ordinativi diminuiscono invece dello 0,8%.

I principali indicatori dell’industria:

  • Con riferimento ai settori, l’attività produttiva è aumentata significativamente nei comparti metallurgico e siderurgico (+4,7%), meccanica di precisione e costruzione di apparecchiature elettriche (+3,3%), materiali da costruzione ed estrattive (+2,9%); è invece cresciuta con minore intensità per gli operatori del carta e stampa (+1,7%), dell’abbigliamento (+1,5%), della meccanica tradizionale e mezzi di trasporto (+1,3%), del chimico, gomma e plastica (+1,3%) e del tessile (+0,6%). Non si segnalano variazioni degne di nota nel settore maglie e calze, mentre la produzione è dichiarata in discesa nell’agroalimentare e caseario (-1,2%), nel legno e mobili in legno (-1,2%) e nel calzaturiero (-3,1%).
  • Le vendite sul mercato italiano sono aumentate per il 34% delle imprese, diminuite per il 22% e rimaste invariate per il 44%. Le vendite verso i Paesi comunitari sono incrementate per il 26% degli operatori, scese per il 20% e rimaste stabili per il 54%; quelle verso i Paesi extra UE sono cresciute per il 29%, calate per il 17% e rimaste invariate per il 54% del campione.
  • I costi di acquisto delle materie prime sono saliti per il 34% delle imprese, con un incremento medio dell’1,8%. I prezzi di vendita dei prodotti finiti sono stati rivisti al rialzo dal 18% degli operatori, per una variazione media dello 0,9%.
  • Le prospettive a breve termine delineano una prosecuzione della fase di moderata espansione del manifatturiero provinciale, nonostante alcune incognite legate alle tensioni a livello internazionale. La produzione è prevista in aumento da 28 imprese su 100, stabile dal 65% e in flessione dal rimanente 7%.
  • Gli ordini provenienti dal mercato domestico sono previsti in aumento dal 32% degli operatori, stabili dal 61% e in calo dal 7%; quelli dai Paesi UE sono in crescita per il 17% degli operatori del campione, invariati per il 76% e in flessione per il 7%; quelli provenienti dai mercati extracomunitari sono in incremento per il 28% delle imprese, stabili per il 68% e in diminuzione per il 4%.
  • Il recupero del settore manifatturiero produrrà verosimilmente un incremento della domanda di lavoro: la manodopera è infatti attesa in aumento dal 13% degli intervistati, invariata dall’84% e in diminuzione dal 3%.

I principali indicatori dell’artigianato:

▪  Il fatturato del comparto artigiano segna una dinamica congiunturale positiva, pari allo 0,8%,sebbene in rallentamento rispetto al trimestre precedente. Più intensa, invece, la variazione rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (+3,7%), sostenuta dal fatturato interno (+3,3%).

▪  Gli ordini sono cresciuti del 2,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, trainati da entrambe le componenti. Gli ordini interni sono cresciuti, rispetto al primo trimestre dello scorso anno, dell’1,8%. Buona la dinamica degli ordini esteri (+4,9%) anche se nell’artigianato, rappresentano una quota assai ridotta.

▪  L’occupazione chiude il primo trimestre con un risultato leggermente positivo (+0,5%) ma in   rallentamento rispetto ai trimestri precedenti. Diminuisce anche il ricorso alla Cassa Integrazione: la quota di imprese che ne ha fatto ricorso si colloca al 5,9% contro il 7,0% del  trimestre scorso.

▪  Le attese degli imprenditori per il secondo trimestre dell’anno sono moderatamente positive con riferimento alla produzione, alla domanda estera, alla domanda interna e al fatturato. Stabili, invece, le attese sull’occupazione.

L’Indagine AIB viene effettuata trimestralmente su un panel di 250 imprese associate appartenenti al settore manifatturiero. L’indagine sull’artigianato della Camera di Commercio, la cui fonte è l’indagine congiunturale Unioncamere Lombardia, ha coinvolto 193 imprese della provincia, pari a una copertura campionaria del 100%.

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Casa, il pensionato medio cerca un trilocale (senza banca di mezzo)

in Banche/Economia/Edilizia/Tendenze by

L’analisi delle compravendite realizzate attraverso le agenzie affiliate Tecnocasa e Tecnorete sul territorio nazionale nel secondo semestre del 2016 evidenzia che il 9,0% degli acquisti è stato effettuato da soggetti in pensione. Rispetto ad un anno fa (secondo semestre 2015) non si registrano variazioni significative della percentuale di acquisto da parte di pensionati, si passa infatti dal 9,3% al 9,0% attuale.

I pensionati nel 60,3% dei casi hanno comprato l’abitazione principale, nel 26,9% dei casi hanno comprato per investimento ed infine il 12,8% degli acquisti ha riguardato la casa vacanza. Rispetto ad un anno fa aumenta la percentuale di acquisti per investimento (+1,4%).

Dati pensionati

Restando su questo target di acquirenti si è constatato che solo il 9,3% degli acquisti è stato effettuato con l’ausilio di un mutuo, mentre il 90,7% della compravendite è avvenuto senza l’intervento da parte di istituti di credito.

Le richieste dei pensionati si sono concentrate maggiormente sui trilocali (35,4%), seguiti dai bilocali (29,0%) e dai quattro locali (13,6%); ville, villette, rustici, case indipendenti e semindipendenti compongono insieme l’11,3% degli acquisti.

Il 65,8% dei pensionati che ha acquistato attraverso le agenzie del Gruppo Tecnocasa è coniugato o è comunque una coppia, il 17,1% è celibe/nubile, il 12,5% è vedovo e il 4,6% è separato/divorziato.

Spostando l’attenzione sui venditori risulta che quasi un terzo di coloro che hanno venduto casa nel secondo semestre del 2016 è un soggetto in pensione (29,6%). Il 65,8% dei pensionati ha venduto per reperire liquidità, il 20,8% per migliorare la qualità abitativa ed il 13,4% per trasferirsi in un altro quartiere o in un’altra città.

La fotografia a Brescia dà lavoro a 471 “imprese”

in Economia/Tendenze by

Tra arte, tecnologia e immagine, si concentra a Milano il settore fotografico, con fabbricazione, realizzazione di servizi, vendita di materiali e sviluppo – foto, secondo i dati elaborati dalla Camera di commercio di Milano. Il numero di imprese a fine 2016 è pari a Roma (1.807) e poco più di Napoli (1.589), ma gli addetti sono quasi 8 mila nel capoluogo lombardo rispetto ai 3 mila di Roma e ai 2 mila di Napoli. Il fatturato di circa 500 milioni è circa un quarto del totale nazionale di due miliardi. Se si include l’ingrosso, concentrato a Milano, il business locale supera i tre miliardi. Un settore al femminile col 22% di donne alla guida delle imprese italiane. I giovani sono titolari del 10% di attività. Bassa la presenza degli stranieri tra gli imprenditori, il 4%.

In Lombardia si mantiene stabile il settore in un anno e la tenuta è legata alla crescita dei servizi e all’andamento costante dei negozi. È di 800 milioni, ingrosso escluso, il fatturato regionale. Sono 4 mila le imprese, concentrate a Milano (1.807), Brescia (471), Bergamo (377, Varese (320), Monza (309). Cresce il settore a Bergamo (+1,3%) in cinque anni e a Lodi, passata da 62 a 65 imprese (+4,8%). A Monza aumentano le imprese in un anno (309, +2%) e anche a Pavia (172, +3%). Espansione anche per Sondrio, da 71 imprese nel 2011 a 73 di fine 2016 (+2,8%). Settori principali sono i servizi fotografici, con oltre 2 mila imprese e i negozi per l’acquisto di macchine fotografiche, accessori e lo sviluppo di foto, 1.613. La Lombardia conta 13 mila addetti, un quarto del totale italiano. Il lavoro è incentrato su Milano (7.542), Varese (1.510), Bergamo e Brescia con circa ottocento, Monza con seicento.

In Italia, 26 mila imprese e 52 mila addetti, fatturato da due miliardi all’anno. Sono prime Roma, Milano e Napoli con circa 2 mila imprese, il 6 -7% del totale nazionale. A Torino e Bari ci sono circa mille imprese. Tra le prime italiane del settore per numero di imprese, ci sono Salerno, Palermo e Catania, con circa seicento imprese. Ma anche Brescia e Firenze con circa cinquecento. Gli addetti sono concentrati a Milano (7.542, il 14% italiano), Roma (3.061, 6%), Napoli, Bologna, Torino (circa 2 mila, 4%), Varese e Bari (1.510 e 1.322, 3%). Oltre mille anche a Firenze (2%). I settori principali in Italia sono i servizi fotografici, con circa 13 mila imprese – la metà di tutto il comparto – e i negozi per l’acquisto di macchine fotografiche, accessori e lo sviluppo di foto, con 11 mila attività.

I settori. L’elaborazione della Camera di commercio di Milano riguarda i dati del registro delle imprese, sui settori  fabbricazione di strumenti ottici e attrezzature fotografiche (26.7), commercio all’ingrosso di articoli per fotografia, cinematografia e ottica (46.43.3), commercio al dettaglio di materiale per ottica e fotografia (47.78.2), attività fotografiche (74.2).

Report congiunturale primo trimestre: dati positivi per Apindustria

in Api/Associazioni di categoria/Economia/Tendenze by
Report congiunturale primo trimestre Apindustria

I primi tre mesi del 2017 tendono al positivo per le piccole e medie imprese bresciane, sia nel confronto con l’ultimo trimestre 2016 sia soprattutto rispetto al primo trimestre dello scorso anno. È questo quanto viene evidenziato dal report congiunturale sul primo trimestre 2017 realizzato dal Centro Studi di Apindustria.

L’analisi dei dati congiunturali si sviluppa dal confronto dei dati del trimestre in esame rispetto al trimestre precedente. Complessivamente, il fatturato si presenta stabile o positivo per l’81% e, di questi, il 55% segnala un risultato positivo. In crescita anche la produzione per il 52% dei rispondenti, così come i costi della produzione (verso l’alto per il 61% dei rispondenti). In crescita anche gli ordini per oltre la metà dei casi, stabili gli investimenti. Segnali positivi arrivano dall’occupazione: se a fine anno il 70% ha mantenuto inalterato il proprio organico, contro il 25% che aveva ampliato la forza lavoro impiegata in azienda, nel trimestre appena concluso sale a 82% il numero dei rispondenti che ha integrato l’organico, allargandolo. Rimangono situazioni di crisi aziendale, come evidenziato dal grado di utilizzo degli impianti: da segnalare come il 39% dei rispondenti impieghi meno del 70% della propria capacità produttiva (di questi, il 12 ne utilizza meno della metà).

In linea con il campione generale il trend che emerge dalle aziende metalmeccaniche: il fatturato è sostanzialmente in linea (58% ha un fatturato in crescita), leggermente meglio la produzione (in crescita per il 55% dei rispondenti) e gli ordini (in crescita nel 62% dei casi). L’occupazione è in netta crescita per l’86% dei rispondenti, non si segnalano casi di riduzione del personale.

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