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I chatbot e l’evoluzione dei servizi al cliente | INNOVATION CLUB

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(a cura di Innovation Club) Discutono con noi; rispondono alle nostre domande; sono sempre pronti ad aiutarci e, spesso, riescono anche ad anticipare le nostre esigenze. Vivono in mezzo a noi ma non sono esseri umani. Sono i chatbot – noti anche come bot o chatterbot – e, secondo gli analisti, sono pronti a diventare i migliori amici delle persone e dei brand.

Non è un caso se chatbot e customer experience sono argomenti che viaggiano insieme, perché questa nuova (ma non tanto) tecnologia potrebbe rivoluzionare per sempre il rapporto tra aziende e clienti. Nel nome dell’intelligenza artificiale.

Qualche tempo fa Satya Nadella, CEO di Microsoft, durante un’intervista ha dichiarato che quella dei bot è una “tecnologia inevitabile”. Basta un giro veloce tra le news online per comprendere la portata di questa ossessione, a partire proprio da Microsoft che, secondo alcuni, starebbe già testando i bot come strumento di supporto di primo livello.

I margini di azione delle reti neurali e del machine learning sono molto sfumati, e i bot ne sono la dimostrazione più evidente:

Si integrano con i siti web, come primo elemento di contatto e customer service (ad esempio sui siti di comparazione prezzi) o come assistente (Siri in versione Mac o Cortana);

Comunicano con le app mobile, imparano dall’utilizzo e forniscono informazioni (i due ‘contenitori di bot più importanti al momento sono Facebook Messenger e Telegram);

Agiscono come centro nevralgico del dispositivo mobile, rendendo possibile accedere ai servizi senza digitare e senza dover passare da una app all’altra (Siri ma anche Google Instant Apps).

Questa loro natura fluida rappresenta il motivo principale per cui i chatbot stanno conquistando velocemente i settori più disparati. Scorrendo le ultime notizie troviamo:

American Express che lavora a un bot per fornire servizi finanziari agli utenti;

Shine che vuole aiutare gli adolescenti in difficoltà con un supporto morale via Facebook Messenger;

Kayak che punta a un ambizioso progetto di agenzia di viaggi intelligente;

Kip che utilizza gli emoji per aiutare gli utenti a trovare e acquistare prodotti;  

DoNotPay che, come un bot ‘avvocato’, contesta le multe per parcheggio non pagato a Londra e New York.

Secondo le ultime stime, solo su Facebook sono già stati diffusi 11mila bot, che stanno evolvendo verso una maggiore interattività e capacità di imparare dal contesto. I tempi in cui uomini e macchine potranno comunicare in una modalità ‘seamless’ sono lontani, ma forse non così tanto come pensano gli apocalittici della tecnologia.

Per guardare al futuro, però, dobbiamo tornare al passato. Cercando di capire, innanzitutto, cosa sono i chatbot e da dove arrivano. Detto in poche parole, i bot sono entità artificiali progettate per automatizzare i compiti che di solito facciamo noi (una prenotazione per la cena, la pianificazione di un appuntamento).

Oggi, sono utilizzati principalmente per mantenere una conversazione intelligente con gli utenti umani, imparando costantemente dal contesto. Negli anni li abbiamo già visti sotto forma di software (SmarterChild) e assistenti integrati (Cortana, Siri). Come detto, però, sono destinati a diventare qualcosa di più complesso.

Non vi è dubbio che l’artificial intelligence contribuirà a ridefinire i confini del business negli anni a venire. Per citare il discorso di Pedro Domingos, l’autore di The Master Algorithm, al SXSW 2016: “La artificial intelligence non è poi così spaventosa come sembra quando si traduce in artificial smartness.” Un gioco di parole che nasconde una evoluzione decisiva.

È la natura delle cose: Proprio come gli esseri umani evolvono, a seguito delle variazioni nell’ambiente sociale e tecnologico, lo stesso fanno i bot. Diventano più raffinati e proattivi davanti ai nostri occhi, tanto che alcuni futuristi hanno già annunciato che stiamo muovendo verso un incubo distopico in cui non si potrà più distinguere ciò che è umano da ciò che non lo è.

Certo, il fallimento dell’esperimento Tay, condotto da Microsoft, dimostra che il percorso verso una macchina davvero ‘smart’ è ancora lungo, ma questo non autorizza a paventare scenari alla Philip K. Dick. Piuttosto, evidenzia come anche la più intelligente delle tecnologie debba imparare a fare i conti con i comportamenti imprevedibili degli esseri umani.

“In sé la tecnologia non è né buona né cattiva, ma gli ingegneri hanno la responsabilità di assicurarsi che non sia progettata in modo da riflettere gli aspetti peggiori dell’umanità.” (TechCrunch)

Arrivati a questo punto, è necessario chiarire un punto importante: non tutti i chatbot sono uguali, così come non sono una invenzione degli ultimi anni. Esistono da decenni, fin da quando Alan Turing definì i confini del celeberrimo Test per riconoscere un uomo da una macchina.

Ancora oggi alcuni bot sono intelligenti, altri non tanto. Alcuni sono utili, altri sono solo ludici. Alcuni lavorano in completa autonomia, altri necessitano di intervento umano. La strada, però, è segnata: l’evoluzione dei bot li porterà a essere indipendenti, intuitivi e capaci di adattarsi al cambiamento.

Ed eccoci alla domanda centrale di questo articolo: I bot rappresentano davvero il futuro della digital customer experience? Oppure si tratta di un trend ancora non ben definito e destinato a svanire? L’idea è quella di creare un bot in grado di fornire assistenza, trovare sempre la risposta giusta e aiutare i clienti senza alcun intervento esterno. Come? Utilizzando le app per andare oltre le app come le conosciamo.

L’obiettivo finale è quello di realizzare qualcosa che – finalmente – renda la vita dei clienti più facile. Invece di perdere tempo a passare manualmente da un servizio all’altro, l’utente dovrà solo esporre vocalmente la sua domanda, e il suo assistente personale full-time farà tutto il lavoro.

Vuoi sapere quale sarà la temperatura nel prossimo fine settimana? Chiedi a un bot. Vuoi prenotare un pacchetto completo per la prossima vacanza? Lasciati guidare da un bot. Hai bisogno di restituire un paio di scarpe che non sono della misura giusta? Fatti aiutare da un bot.    

In questi termini, i chatbots sono l’ultimo, il più grande tentativo di migliorare la user experience, senza dover assumere legioni di operatori di customer service che prendano per mano i clienti.

La lista di modalità con cui le aziende tentano di connettersi con i clienti è già molto lunga. La differenza essenziale è che i chatbots “danno agli esseri umani l’illusione che stanno comunicando con un’entità che capisce e può rispondere con frasi che abbiano un senso.” (Marketplace)

Visti da questa prospettiva, i chatbot sembrano impostare una situazione win-win per gli sviluppatori e clienti:

Da un lato ci sono gli sviluppatori, che hanno scommesso sul successo dei mercati conversazionali e che creano nuovi bot intelligenti e piattaforme per venderli (come fanno già Telegram e Kik).

Dall’altro lato abbiamo le organizzazioni, ormai consapevoli che le persone vivono al tempo stesso online e offline. Le aziende hanno nuovi strumenti ma lo stesso problema di sempre: imparare a coinvolgere e monetizzare i propri clienti, offrendo esperienze significative in tutti i canali e touch point.

Ecco perché pensiamo che i bot potrebbero rappresentare un’opportunità preziosa per i brand (soprattutto i brand retail) per allineare l’esperienza offline del negozio con la costante presenza online dei loro clienti.

La vera sfida sarà nella capacità di realizzare strumenti in grado di uscire dalla dimensione ludica, per apportare un effettivo miglioramento della customer experience. La differenza si vedrà quando i bot riusciranno ad apparire e agire in modo del tutto naturale.

Customer Journey: 5 passi per reinventare la relazione con il cliente | INNOVATION CLUB

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(a cura di Innovation Club) “Un viaggio di mille miglia comincia sempre con il primo passo.” Con l’emergere di una nuova generazione di clienti – immersi in un ecosistema digitale – le aziende non possono più fare affidamento sulla customer journey map tradizionale. Ovvero ogni singola mappa che abbia più di cinque anni.

Il mondo intorno a noi è cambiato – e continua a cambiare – così velocemente che tutto ciò che era utile allora potrebbe non esserlo più oggi. L’esperienza dei clienti cambia e, con essa, le regole dell’engagement e della loyalty.

Qual è, quindi, la differenza tra il customer journey tradizionale e il digital customer journey? Proviamo a schematizzare i due processi di seguito:

Viaggio tradizionale: una sequenza dall’awareness all’acquisto e poi alla loyalty, attraverso pochi punti di contatto (conosciuti e presidiati dalle aziende). Il cliente può scegliere tra una serie limitata di alternative; la comunicazione è mono-direzionale e gestita dal brand; la scelta è influenzata da fattori quali pubblicità, prezzo, abitudine e dalle opinioni di una cerchia ristretta di influencer.

Viaggio digitale: un percorso circolare che attraversa numerosi punti di contatto, sia fisici che virtuali. La mappa non necessariamente inizia dalla awareness o finisce con la loyalty. Il cliente può scegliere tra un set potenzialmente infinito di alternative, e la scelta quasi mai è influenzata da pubblicità, prezzo o abitudine. Le opinioni fidate ora includono anche le comunità online (social network, recensioni sui siti e-commerce, forum, blog), persone che conosco a stento o non conosco affatto.

Se il client journey definisce i presupposti della tua strategia di marketing, a sua volta viene determinato da fattori sempre diversi, e spesso fuori dal controllo dell’azienda:

> Aumento del potere d’acquisto dei clienti più giovani – i millennial così esigenti, consapevoli e pronti a spendere.

> Diffusione dei dispositivi mobile – smartphone, tablet, smartwatch.

> Crescita delle tecnologie connesse – activity tracker, tecnologia indossabile, Internet delle Cose.

> Comparsa dei micro momenti – interazioni in tempo reale, determinate da esigenze specifiche.

Le persone nate e cresciute in un ecosistema digitale sono sempre connesse e in costante bilico tra fisico e virtuale. Costruiscono la loro identità interagendo con le loro community offline e online, e non riconoscono altra modalità di esperire il mondo.

In un mercato reso sempre più piatto dalla globalizzazione, i digital customer mostrano un netto rifiuto nei confronti della massa, sensazione ancora più urgente quando si parla di decisioni d’acquisto. Il rigetto della massificazione costringe le aziende a focalizzare sforzi e budget sulla personalizzazione, mettendo al centro del discorso la customer experience piuttosto che il prodotto.

Se davvero i clienti si ritrovano a dover scegliere tra decine – se non centinaia – di alternative, perché dovrebbero scegliere proprio te? È evidente che non stai combattendo solo contro il tuo vicino; ti trovi nel bel mezzo di una battaglia con migliaia di protagonisti. In un contesto simile, anche il prodotto migliore del mondo potrebbe non essere sufficiente per vincere.

La soluzione – dovrebbe ormai essere chiaro – è puntare sulla customer experience, che diventa il vero elemento di differenziazione. E la creazione di una nuova journey map rappresenta la base di un’esperienza davvero innovativa e coinvolgente. Non fosse che i clienti oggi pretendono un approccio personalizzato, con il risultato che identificare pattern comuni diventa sempre più difficile.

Esistono, però, dei requisiti base che non sono cambiati da quando il concetto di customer journey map è stato introdotto per la prima volta. Anche se il quadro di riferimento cambia con l’evolvere della tecnologia, questi sono – e saranno sempre – le fondamenta della pianificazione:

> Clienti

> Ricerca

> Touch point

> Obiettivi (di azienda e cliente)

> Misurazione

Possiamo distinguere due forze contrastanti: da un lato la necessità, da parte delle aziende, di raggiungere i clienti fin dalle prime fasi del viaggio; dall’altro la moltiplicazione dei punti di contatto, che rende sempre più difficile per le stesse conoscere i propri clienti. Le metodologie classiche non sono più in grado di mostrare cosa davvero le persone pensano e fanno prima di entrare su un sito o in un negozio.

Ecco perché hai bisogno di una nuova metodologia, che tenga conto dei cambiamenti e parta dall’identificazione dei seguenti nodi focali.

RIVOLUZIONA IL VIAGGIO

Ogni singolo trend evolutivo che abbiamo segnalato finora porta alla inevitabile rivoluzione del journey. Non c’è valore alcuno in una mappatura che ignori le differenti fonti di interazione generate a ritmo continuo dalla tecnologia. L’innovazione estende la relazione tra brand e clienti, producendo valore aggiunto per entrambi. Il brand migliore è quello che osserva con attenzione ciò che accade, ed è pronto a raccogliere la sfida per trovare nuove modalità di engagement per conquistare il cuore dei clienti.

NON DIMENTICARE IL CLIENTE

Qual è l’elemento centrale del viaggio? Il viaggiatore, naturalmente. Eppure sareste sorpresi di scoprire quanti professionisti disegnano la mappa partendo dall’azienda piuttosto che dai clienti. Dal momento che lo scopo ultimo è di migliorare la customer experience, però, l’unica strada che porta al successo è quella che parte dalla prospettiva del cliente: analizza e descrivi non tanto l’esperienza che tu vorresti offrire quanto quella che i clienti vorrebbero ricevere da te.

STUDIA IL COMPORTAMENTO

Abbiamo detto che conoscere clienti che urlano la loro unicità non è affatto semplice. Questo non significa certo che devi rinunciare a studiare il loro comportamento. La chiave per migliorare la strategia è comprendere come i digital customer decidono cosa e come comprare. Non tutti i percorsi nascono uguali: le persone partono da punti diversi, attraversano fasi diverse e decidono in base a criteri differenti. Se non riconosci questa diversità non potrai mai pianificare contenuti e azioni tagliate su misura.

PENSA MOBILE, AGISCI LOCAL

La tecnologia mobile ha contribuito a plasmare la connessione tra clienti e aziende – influenzando il tempo e lo spazio dell’interazione. Secondo un recente report di Nielsen, la metà dei clienti considera il mobile come la risorsa più importante nella fase di decisione di acquisto. Le piattaforme mobile già ora raccolgono il 60% del tempo totale speso sui digital media. La tua strategia dovrebbe pensare mobile e agire local, combinando localizzazione e comportamento per costruire contenuti utili, ovunque i clienti si trovino.

SBLOCCA IL POTERE DEI DATI

Sebbene sia diventato più difficile comprendere cosa fanno le persone nelle prime fasi del journey, d’altro canto le aziende possono sfoderare una nuova arma per cambiare le carte in tavola. Un’arma chiamata Big Data. Le tecnologie connesse generano una quantità incredibile di informazioni sul percorso del cliente. Una mole che le aziende devono imparare a plasmare per sbloccare il vero potere dei dati. Ciò che crea il vero valore, infatti, non è l’informazione in sé ma l’utilizzo che ne fai.

Sviluppare e fidelizzare il rapporto con i clienti – 5 Lezioni dal mondo dello sport

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(A CURA DI INNOVATION CLUB) La più grande lezione di loyalty dal mondo dello sport si può riassumere in una frase: se non ti alleni con costanza, per garantire la migliore performance e superare i tuoi limiti, non riuscirai mai a vincere. E i fan non ti seguiranno mai. Applicata al digital marketing, questa regola si traduce così: Per conquistare il cuore dei clienti, dovrai lavorare sodo per coinvolgerli in una customer experience innovativa e unica. Il segreto del customer engagement.

Che tu sia appassionato di sport o meno, è innegabile che, quando si parla di loyalty, le aziende abbiano molto da imparare da quanto accade in campo, negli spogliatoi e dietro le quinte di una squadra. Calcio, rugby, basket, pallavolo: quando pensi allo sport – in tutte le sue declinazioni – sei portato ad associare immagini che parlano di sudore, muscoli, concentrazione estrema, adrenalina. Una esperienza di fango e passione. Pur non volendone negare il lato romantico, bisogna però ammettere che oggi lo sport è molto di più. È marketing. È tecnologia.

Sono ormai lontani i giorni in cui l’esperienza dei fan era basata interamente su quanto accadeva sul campo. Per quasi 80 anni, radio e televisione hanno guidato l’immaginazione delle persone, rappresentando il driver incontrastato di innovazione tecnologica nello sport. Poi, però, è successo qualcosa che ha riscritto le regole. D’un tratto, i fan non erano costretti a vivere l’esperienza dagli spalti o dal divano. La rivoluzione dello smartphone ha provocato una rivoluzione in quella che abbiamo chiamato ‘sport customer experience’: Internet è diventato mobile, e così le persone, i clienti.

La digital transformation, segnata proprio dalla diffusione degli smartphone e dall’emergere dei network sociali, ha plasmato – innovazione dopo innovazione – un nuovo modo di intendere l’esperienza ‘live’ di un evento. Così noi non viviamo lo sport come facevano i nostri padri; non pratichiamo lo sport come facevano i nostri padri. Da ‘sportivi’ ci siamo ritrovati ad essere ‘sportivi digitali’. Nonostante la sua natura ‘fisica’, l’industria sportiva si è sempre dimostrata molto ricettiva quando si trattava di sperimentare nuove tecnologie. Allenamento, organizzazione manageriale ed esperienza dei fan; non c’è ambito che non sia stato toccato dall’innovazione:

Smartphone – ogni squadra che si rispetti ha la sua app ufficiale, attraverso la quale offre un accesso privilegiato (e contenuti esclusivi) per consentire ai fan di essere sempre aggiornati.

iBeacon – la sfida, per molte federazioni, è di far alzare i tifosi dai divani e portarli allo stadio. La tecnologia iBeacon è già stata utilizzata per aumentare l’esperienza, sfruttando le dinamiche di gamification e le offerte personalizzate.

Activity tracker – che tu sia ossessionato dal fitness o uno sportivo della domenica, è molto probabile che tu sia stato già catturato dalla moda del self-tracking. La rivoluzione della tecnologia indossabile è, prima di tutto, una rivoluzione dello sport.

Smartwatch – le nuove versioni di Apple Watch e Android Wear dimostrano (se ce ne fosse bisogno) che l’orologio intelligente è il compagno ideale per chi pratica sport (sensori) e chi si limita a guardarlo (notifiche push).

A conti fatti, i tifosi non sono più costretti a vivere il match nella maniera tradizionale. Lo stadio e il televisore sono diventati solo due tra i tanti punti di contatto di un viaggio che si muove attraverso canali diversi. La consequenza di questo discorso è evidente: nella nostra epoca non esiste business senza tecnologia. Le squadre diventano brand, i brand diventano aziende. Questo passaggio implica un impegno costante per incrementare vendite e profitti, mantenendo ben saldo il focus su ciò che conta davvero: i tifosi, meglio noti come clienti. Customer engagement e loyalty rappresentano il pane quotidiano per i brand impegnati nell’agone sportivo. La necessità di ottimizzare l’esperienza, in ogni passaggio del customer journey, diventa quindi essenziale tanto quanto vincere una partita. E, quando si tratta di rispetto dei clienti e consapevolezza del loro valore, il mondo dello sport ha davvero tanto da insegnare. Abbiamo cercato di riassumere il tutto in 5 lezioni di customer engagement.

SENSO DI APPARTENENZA

Nessun team è come gli altri. Ogni squadra nasce da un percorso storico diverso è si fa portavoce di valori distintivi, narrati attraverso uno storytelling unico. Ogni azione di marketing deve trasferire questa unicità ai tifosi attuali e potenziali. La sfida inizia ancora prima di scendere in campo, giocata sul senso di appartenenza ed esclusività. Lo stesso che dovresti ricreare con il tuo brand.

YOU NEVER WALK ALONE

Citando lo storico inno del Liverpool, ci chiediamo quale sia il segno distintivo di un brand. Cosa trasforma un insieme di persone in un simbolo per milioni di persone in tutto il mondo? Non i titoli vinti, né il merchandising o i biglietti venduti. La linfa vitale di ogni grande squadra è la lealtà e devozione che, proprio nello sport, dimostrano in pieno il loro valore strategico. Lealtà non solo dei fan ma anche – e innanzitutto – di chi lavora per te.

LA PASSIONE È OVUNQUE

Il segreto di una sport customer experience di alto livello è nella natura omni-canale della relazione che si instaura tra una squadra e il tifoso. Le persone non vivono più in un unico canale; passano da analogico a digitale in un tap, usano lo smartphone per essere sempre connessi. Le aziende sportive hanno compreso il valore di questa connessione, utilizzando ogni tipo di tecnologia per coinvolgere i digital customer: app, social media, video, eventi.

SUPERA I TUOI LIMITI

Il successo nello sport è questione di allenamento e miglioramento continuo: ogni atleta conosce i propri punti di forza, e li utilizza per nascondere le debolezze che tutti – esseri umani e aziende – hanno. Ancora più importante, i campioni non si accontentano mai. Una vittoria è solo il punto di partenza per battere nuovi record. Questa dovrebbe essere anche la tua filosofia: evidenzia le qualità del brand, investi in sviluppo e non ti cullare mai sugli allori.

CONOSCI IL TUO MONDO

Come puoi comprendere cosa vogliono i tuoi clienti? Come puoi anticipare i tuoi avversarsi, e capire la direzione verso cui muove il business? La risposta è ‘analisi’. Così come non c’è sport senza tecnologia, oggi non c’è sport senza analisi di tutti quei dati che proprio la tecnologia produce. Lo scopo è di migliorare la performance, conoscere il contesto e vincere ancora prima di battersi. In poche parole è questa l’essenza della predictive analytics, che proprio nello sport ha trovato uno dei suoi campi di applicazione privilegiati. Accumulare una gran mole di dati per conoscere meglio mercato e cliente è inutile se poi non si utilizzano per costruire una digital customer experience davvero innovativa e coinvolgente.

I motivi che causano il fallimento delle Startup digitali nella Lombardia Orientale – La Survey di Innovation Club

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Effetto domino

Da una recente analisi realizzata da Innovation Club  si evidenzia che sul territorio della Lombardia Orientale (Province di Bergamo, Brescia, Mantova e Cremona) dal 2013 ad oggi sono nate 261 Startup innovative che hanno un focus su “servizi digitali”. Questo elenco comprende sia realtà che forniscono servizi innovativi al pubblico sia che realizzano servizi B2B.

Oggi 4 anni dopo il 45% di queste Startup è stato messo in liquidazione. E’ una percentuale di insuccesso alta ma comunque minore della media nazionale che si attesta intorno al 55%. Molti imprenditori di queste Startup sono non giovani alla prima esperienza ma professionisti che conoscono molto bene il mondo della tecnologia e magari in tante altre esperienze hanno ottenuto risultati importanti e riconosciuti. Abbiamo nell’ultimo mese incontrato alcuni di questi e raccolto le loro impressioni.

Ringraziamo molto chi ha fatto con noi queste conversazioni. A nessuno fa piacere parlare di un’iniziativa non andata secondo le aspettative ma da anche da esperienze di questo tipo si ricavano indicazioni molto importanti.  La storia dimostra che i più grandi startupper, coloro che hanno realizzato le iniziative di maggior successo, sono partiti quasi sempre da dei progetti non riusciti. Il mondo degli incubatori, acceleratori e degli eventi sull’innovazione tendono spesso a raccontare con enfasi le storie di successo mentre e non si offre a volte la giusta evidenza a queste riflessioni preziose per tutti.

Ecco una lista dei sette principali motivi di insuccesso di una startup lombarda e qualche suggerimento per cercare di superare queste problematiche: 

1. La mancata individuazione del modello di business.

ll principale fattore di crisi di una startup è legato al disallineamento tra il modello di business che l’imprenditore ha in mente ed il mercato. Ideare un modello di business è apparentemente molto semplice ma la capacità di operare su tutte le sfumature che lo rendono un successo non è affatto banale. Se una marca importante investe centinaia di migliaia di euro nelle analisi “pre-birth” per il lancio di un prodotto e un servizio vuol dire che nulla si può improvvisare. Posto che non si potrà mai avere tutto sotto controllo approcciare il proprio modello di business in modo flessibile è molto importante per attenuare questo elemento di complessità.

2. I litigi tra soci operativi e finanziari. 

All’interno di una “garage start-up” spesso identifichiamo dei soci che hanno operativamente sviluppato il progetto e coloro che hanno aiutato a nascere il progetto portando o trovando le prime risorse. Le maggiori conflittualità si verificano quando i secondi non comprendendo al pieno le dinamiche evolutive del progetto si sentono estraniati dallo spesso facendolo nascere dubbi. Famoso è il caso di Facebook dove il socio operativo Zuckerberg ha pesantemente contrastato il socio finanziario Eduardo Luiz Saverin. La storia è stata descritta nel famoso film “The Social Network”. Per questa ragione è fondamentale che i tutti soci anche quelli finanziatori siano l più possibile coinvolti e consapevoli dell’iniziativa imprenditoriale.

3. L’iniziativa è approcciata come un progetto e non come un’impresa. 

Nell’antichità i condottieri per conquistare un’isola facevano bruciare le navi per impedire ai propri soldati la fuga in modo che nella battaglia fossero il più possibile concentrati e non vedessero altre possibilità se non la vittoria o la morte. Si tratta ovviamente una metafora da prendere “cum grano salis” tuttavia capita spesso di trovare giovani e meno giovani che approcciano un’idea imprenditoriale anche buona in modo non completamente focalizzato perchè fanno contemporaneamente altre attività. Questo crea indubbiamente molti effetti collaterali perchè in tal caso si non tratta di un’impresa ma di un progetto magari come tanti altri “che può andare bene ma se non va bene pazienza”. Nulla di male che ci siano imprenditori soci contemporaneamente in tante iniziative per realizzare un portfolio diversificato ma è importante che ogni iniziativa abbia dei protagonisti che “hanno bruciato le loro navi”.

4. La sottovalutazione dei costi di promozione di un progetto.

Spesso quando si realizza un progetto digitale ci si concentra sulla parte di sviluppo informatico dimenticando o sottovalutando la variabile della promozione. Non è troppo complesso una volta definite le specifiche di un’app o un sistema web realizzarlo con un investimento che ha un ritorno visibile. Si è costretti invece ad uscire dalla “zona di comfort” quando bisogna scegliere come investire sui vari canali ed i risultati sono molto incerti. Quindi si tende istintivamente a concentrarsi sulle attività di sviluppo rispetto a quelle di promozione. Bisogna dare la giusta rilevanza a questa attività.

5. Difficoltà nel trovare le “persone giuste”.

Decidere di lavorare in un’azienda nascente è una scelta non semplice per una persona di qualità.  Infatti lavorare in una Startup può essere una fonte di rischio e preoccupazione perchè bisogna operare in un contesto per sua natura destrutturato.  Conseguenza di tutto ciò è che gran parte dell’ecosistema delle startup italiane si poggia su collaborazioni a progetto e “professionisti a partita” iva magari bravissimi ma spesso poco fidelizzati. Queste persone si limitano ad eseguire un compito quando il contesto richiederebbe di gettare il cuore oltre l’ostacolo. Per un imprenditore trovare le persone giuste è il principale problema che lo costringe a creare l’azienda solo intorno a se stesso limitando così lo sviluppo della stessa. Posto che lavorare in una startup è rischioso bisogna prospettare un chiaro ritorno economico per i collaboratori perchè contribuiscano in modo determinante al successo dell’iniziativa.

6. Creare un logo ma non costruire un “brand”

Molto spesso una startup nascente lavora sul brand in modo semplicemente “grafico” non identificando le motivazioni più profonde della sua esistenza. La maggior parte delle Startup mette al centro della propria comunicazione “cosa” fa, lo fa seguire da “come” lo fa, e infine, talvolta, ma non sempre, dichiara “perché” lo fa.  Il modello sviluppato da Simon Sinek nel celebre libro “Start with Why” suggerisce al fine di avere un maggior impatto sul pubblico/interlocutore, di iniziare ogni comunicazione con “perché”, facendolo seguire da come e da cosa. Alla base dell’approccio sviluppato da Sinek vi è l’idea che la gente non “compri” ciò che una persona/azienda fa, bensì “compri” il “motivo” per cui fa quella cosa.

7. Fare in modo grossolano un’analisi della competition

Per quanto possiamo essere bravi o possiamo credere nella nostra idea dobbiamo considerare in un mondo complesso ed interconnesso come è l’attuale la presenza di competitori. Il principale elemento che viene sottovalutato è proprio l’analisi competitiva. Questa analisi è invece uno dei documenti più utili alla concretizzazione di una Startup, molto più convincente di un Business Plan che spesso è “un esercizio” con valori assolutamente ipotetici e prospettici.

INNOVATION CLUB/12. La realtà virtuale trasformerà il Web in un’esperienza immersiva

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Volendo approfondire un discorso sui media digitali del futuro, non si può non introdurre le teorie di Marshall McLuhan. Secondo il grande sociologo canadese ogni medium è un’estensione dell’uomo.  Nell’era della meccanica l’uomo aveva operato un’estensione del proprio corpo in senso spaziale; nell’era dell’elettricità e della trasmissione elettromagnetica l’uomo ha esteso il proprio sistema nervoso centrale sino ad incorporare tutta l’umanità, abolendo i precedenti concetti deterministici di spazio e di tempo. 

L’evoluzione del mondo Web negli ultimi decenni non ha fatto altro che mettere in connessione l’intera conoscenza ed esperienza umana in una rete unica. Nei prossimi anni non basterà più condividere sui social una foto o un video. Sentiremo il bisogno di mettere online le nostre esperienze e frammenti della nostra vita reale, in modo tale che altri possano viverle esattamente come le abbiamo vissute noi. Sarà possibile sentirci ancora più vicini ai vip “rivivendo” le loro esperienze condivise sui social. Proprio a questo ha sicuramente pensato Mark Zuckerberg quando lo scorso anno pagò 2 miliardi di dollari per comprare Oculus VR. Adesso quest’investimento sta per dare i primi frutti: al recente Facebook F8 Conference sono state annunciate le prime versione virtuali delle proprie applicazioni. Quanto presentato da Facebook può offrici una previsione del web del futuro.

Spesso possiamo trovare tracce del nostro futuro non nei saggi, nei numeri e nelle ricerche di mercato, bensì nei romanzi e nella fiction. Neal Stephenson, scrittore-guru della fantascienza, crea il suo capolavoro Snow Crash e, con esso, il Metaverso, vero e proprio successore di Internet come lo conosciamo noi ora. Il Mataverso viene descritto come un “mondo virtuale collettivo e condiviso in 3D’, in cui possano convergere lo spazio fisico e quello virtuale.  In Snow Crash, Hiro Protagonist – il cui nome ci ricorda l’importanza degli archetipi nella narrazione – è un hacker freelance che a all’America al collasso preferisce il ‘meta universo’, una somma di realtà virtuale, tecnologia 3D e realtà aumentata, il tutto alimentato da un Internet super-veloce. Come fanno Parzival e Hiro ad entrare nei loro nuovi mondi virtuali? Indossando e utilizzando periferiche e strumenti di realtà virtuale.

Tutto questo è solo fantascienza? Oppure potrebbe essere una descrizione del futuro del business ? Per una prima risposta, chiedete pure della Realtà Virtuale.

La tecnologia del virtuale svolge un ruolo fondamentale nell’influenzare le aziende che devono riprogettare le loro strategie. La realtà virtuale potrebbe diventare il prossimo passo in un percorso pieno di opportunità già dominato dalla cosiddetta ‘wearable technology’, che sta cambiando il modo in cui i clienti vivono i prodotti. Gli sviluppatori di videogiochi e software fin da subito hanno mostrato grande interesse per questa nuova tecnologia, ma non sono certo gli unici. In Norvegia, ad esempio, l’esercito ha iniziato a utilizzare la Realtà Virtuale per insegnare la guida dei carri armati e simulare una vera e propria campagna militare. Una inversione interessante dai giochi progettati per simulare la guerra alla guerra simulata con appendici videoludiche. Tutto si riduce solo a gioco e guerra, come al solito? Non proprio, perché ci sono ancora molte altre opportunità da esplorare.

Il mondo aperto dalla realtà virtuale è ancora ricco di percorsi inesplorati, che investono anche il rapporto tra aziende e clienti. Perché non creare un’app customer-facing per passare da un sito di e-commerce statico tradizionale a un vero e proprio concept store virtuale, in grado di offrire una straordinaria customer experience nel momento in cui il cliente sta osservando il tuo prodotto o servizio? Sei un marchio del retail, dell’automotive o della moda e lusso? Perché non offrire uno ambiente digitale che i tuoi clienti possano visitare, dove possano esplorare, ricercare e addirittura toccare i tuoi prodotti? L’unico limite sarà dato da immaginazione e creatività.

Sempre nella recente conferenza “Facebook F8” Zuckerberg ha toccato il tema della R&D con Building 8, il suo centro ricerca che sta sviluppando alcuni progetti fantascientifici: 

1. Il primo consente alle persone di scrivere attraverso gli impulsi del proprio cervello. Le persone non dovranno più digitare ma potranno solo pensare e il loro pensiero sarà tracciato con sensori esterni e che possano essere prodotti in grandi numeri.

2. Il secondo progetto permetterà alle persone di provare emozioni attraverso la pelle.

Queste due tecnologie potrebbero essere delle naturali estensioni sensoriali delle Realtà Virtuale. Il futuro ci riserverà molte sorprese.

INNOVATION CLUB/11. Welfare 4.0, Sicurezza sul lavoro, benessere e innovazioni. Intervista a Massimiliano Pasini

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Intervista a Massimiliano Pasini, giovane imprenditore alla direzione di un’azienda dalla tradizione decennale, fra le prime in Italia nel settore della sicurezza sul lavoro, ambiente e medicina del lavoro.

Buongiorno Massimiliano, Lei è un giovane imprenditore alla direzione di un’azienda dalla tradizione decennale, fra le prime in Italia nel settore della sicurezza sul lavoro, ambiente e medicina del lavoro.

Quali relazioni fra Industria 4.0 ed una realtà come la vostra?
A dire il vero sono AD di Fleming Tecna Srl, il Gruppo Fleming Tecna è composto anche da Poliambulatori Fleming Tecna s.r.l., per la quale l’A.D. è mia sorella Simona. Il gruppo oggi si occupa di tutto quanto attiene la prevenzione. Di fatto abbiamo sviluppato tre grandi filoni che guardano aspetti diversi, ma fra loro coordinati e dipendenti, ovvero: la medicina del lavoro, la sicurezza sul lavoro e la medicina privata in regime poliambulatoriale. Ognuno dei tre settori è caratterizzato da una forte propensione al rinnovamento, allo sviluppo e all’innovazione.

Si può fare innovazione anche in un settore normato legislativamente?
Certamente. Anzi, si deve fare innovazione. È un obbligo, sancito normativamente. Il datore di lavoro deve adottare tutto ciò che il mercato mette a disposizione per prevenire gli infortuni e le malattie professionali.
Noi iniziamo ad occuparci di medicina e sicurezza sul lavoro molti anni prima che il Dlgs 626/94 fosse pubblicato. Anticipando una sensibilità che andava diffondendosi, dice qualcuno, guardando al futuro e anticipando i tempi dico io.
Nel nostro campo la ricerca di soluzioni nuove a problemi vecchi è la chiave di volta. È un obbligo, oltre che un dovere ed è una traccia costante nel nostro lavoro…
Eraclito sostiene che “non c’è nulla di immutabile tranne l’esigenza di cambiare” di questa massima abbiamo fatto, da sempre, il nostro leitmotiv stringendo collaborazioni e partnership, mettendo in relazione aziende diverse alla ricerca di soluzioni condivise. Alle volte per imposizione legislativa…altre anticipando i tempi dell’obbligo. Il cambiamento come anima del miglioramento, continuo e costante. Come tensione a migliorare le condizioni di lavoro, la salute il benessere dei lavoratori e conseguentemente il benessere dell’azienda, la produttività, la qualità.
Essere innovativi non significa solo ed esclusivamente digitalizzare i contenuti, cosa che abbiamo fatto. L’informatica, la ricerca, la tecnologia sono solo strumenti.
Essere un’impresa innovativa è, in primis, uno stato mentale dell’imprenditore… significa stare attenti ai nuovi strumenti disponibili per utilizzarli al meglio, significa mettersi a disposizione con tempo e risorse per implementare le nuove tecnologie al fine di migliorare continuamente.

Ha parlato di tre settore paralleli, sviluppati all’interno del gruppo, all’insegna dell’innovazione. Quali sono gli altri?
Uno, strettamente correlato alla realtà di cui abbiamo parlato è la Formazione. Un settore su cui abbiamo investito molte energie negli ultimi anni con l’obiettivo…o meglio l’ambizione di innescare, anche in qualcun altro la voglia di cambiare, di intraprendere nuove strade, provare nuove esperienze, fare innovazione a loro volta. Credo che il miglioramento continuo sia endemico, se stai con persone stimolate e stimolanti, se ti confronti con qualcuno capace di accendere l’interesse e la fiamma della curiosità, la voglia di percorrere nuove strade, allora stai facendo, a tuo modo, innovazione.
Anche se abbiamo scelto, da tempo, di utilizzare tutte le tecniche formative possibili: formazione d’aula, a distanza, in differita, in diretta streaming …abbiamo voluto approcciare la formazione in maniera innovativa coinvolgendo docenti innovatori, esperti innovatori, imprenditori innovatori che sono testimoni di nuovi strumenti o nuovi processi e che vogliano mettere a fattor comune le proprie soluzioni o idee al fine di rendere il corso un’esperienza stimolante per i partecipanti … Ecco in questo senso facciamo innovazione…trasformandoci in un ponte, se serve!

Fin qui tutto chiaro, ma è sempre possibile innovare?
Come dicevo prima si, è sempre possibile innovare, ma dobbiamo metterci d’accordo sul fatto che innovare non significa rincorrere le mode del momento…ad esempio per quanto riguarda la medicina del lavoro: da anni cerchiamo un modo valido per digitalizzare il libretto sanitario dei lavoratori, ma purtroppo ad oggi la normativa non ce lo permette appieno.
Il nostro dovere nell’assistere i clienti, è garantire che i documenti che archiviamo siano gestiti in maniera puntuale e rigorosa, se un domani tali documenti dovranno essere presentati a un giudice penalista gli stessi dovranno avere piena validità legale; ad oggi, i documenti digitali ammessi per moltissime pratiche non lo sono per la nostra, o meglio non lo sono per come noi intendiamo il nostro lavoro. Siamo da 36 anni nel campo ne abbiamo viste di tutti i colori e per esperienza sappiamo che la prevenzione non è mai troppa nemmeno nel conservare documenti manoscritti e firmati in maniera autografa anche se meno “IoT” e un po’ retrò.
Detto ciò anche in materia si innova non sulle tecniche di archiviazione digitale ma sulle strumentazioni diagnostiche. Essendo stati nel 1981 i pionieri del mercato (non esistevano all’epoca aziende private di medicina del lavoro) siamo stati anche i primi a implementare tra le nostre dotazioni quello che oggi chiamiamo “mezzo mobile” che non è altro che un “furgone” allestito ad ambulatorio, dotato di cabina silente per le audiometrie, cabina per l’effettuazione delle lastre RX e tutto ciò che occorre per andare nelle aziende nostre clienti ed effettuare la sorveglianza sanitaria in loco.
Molto stiamo facendo negli ultimi anni per integrare le strumentazioni diagnostiche con i sistemi digitali, al fine di permettere ai nostri collaboratori medici specialisti di refertare gli esami a distanza e ottimizzare così i costi.

E della salute delle persone, cosa può dire?
Questo, insieme alla medicina del lavoro è un settore che segue mia sorella, ma lo spirto non cambia così ci ha insegnato nostro padre Pasini Ultimo fondatore e coideatore delle società.
Ad esempio, proprio nel mese di Febbraio, abbiamo inaugurato un ambulatorio vulnologico innovativo, per la cura della ulcere cutanee che sfrutta la tele-diagnostica per contenere i costi.
Dopo una prima visita con il Chirurgo responsabile, le medicazioni potranno essere effettuate a domicilio del paziente da personale infermieristico (e quindi senza coinvolgere fisicamente il medico) a un costo maggiormente contenuto pur mantenendo gli stessi standard di controllo e sicurezza per il paziente stesso.

Tra le vostre attività fate anche tanto altro. Cosa crede che cambierà nel prossimo futuro?
Nel breve termine prevedo una modifica sostanziale nell’ implementazione dei sistemi di gestione qualità, sicurezza, ambiente ecc.. Nella sezione che si occupa di sistemi di gestione in Fleming tecna con l’innovazione digitale e le nuove tecnologie già oggi stiamo rimodulando i documenti, le procedure, i manuali. ne è conseguenza che a breve il lavoro del “responsabile della qualità e/o dei sistemi di gestione interno all’azienda” inevitabilmente cambierà e non dovrà più stare in ufficio a controllare le “carte di sistema” ma sarà più efficacemente impegnato nel sistema stesso. Oppure si dovrà reinventare come privacy officer per occuparsi della gestione dei dati aziendali nel rispetto della normativa e delle nuove norme tra cui Lo standard Iso/Iec 27001 (Sistemi di gestione della sicurezza delle informazioni ) che dovrà essere implementato in tutte quelle aziende che trattano dati conto terzi.
In senso più generale per quanto riguarda le imprese e nello specifico le imprese manifatturiere lombarde, credo che siano parte attiva di un cambiamento già in essere e che a breve le vedrà passare dalla lavorazione conto terzi alla customizzazione per il cliente finale.

INNOVATION CLUB/10. L’Innovazione sotto la lente dell’HR: intervista a Laura Iacci di Skill Risorse Umane

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Quante volte uno specialista HR incontra sul suo percorso le tematiche di innovazione, creatività, ricerca & sviluppo? Ne parliamo con Laura Iacci, amministratore di Skill Risorse Umane, società di selezione del personale, consulenza e formazione. Nata nel 1999, Skill ha da sempre una mission ben precisa: mettere la persona al centro, mirando al benessere dell’organizzazione e alla sua crescita, sia in termini di business sia di efficienza organizzativa.

“Nel 2017, con l’avvento della rivoluzione 4.0, il processo di selezione in primis non può prescindere dal sondare le capacità innovative del candidato: è ormai da qualche anno che stiamo registrando, da parte di aziende più o meno strutturate, la necessità di implementare, accanto ai canonici uffici tecnici, le divisioni R&D, votate all’innovazione di processo e di prodotto. “Pensiero divergente, sviluppo ideativo e creativo: sono le caratteristiche cognitive che siamo chiamati a rilevare nei candidati ideali per la funzione R&D” spiega Laura Iacci.

Una persona dotata di attitudine innovativa può essere ricercata all’esterno dell’organizzazione ma, in molti casi, può già “nascondersi” tra le fila dei dipendenti dell’azienda: anche in questo caso Skill interviene a fianco dell’impresa, andando a scovare i talenti creativi già impiegati nelle varie divisioni: entra qui in gioco il servizio di consulenza e, nello specifico, quello di Assessment: una serie di colloqui strutturati, test e interviste “con la finalità di fornire all’impresa informazioni sul potenziale creativo/innovativo dei propri collaboratori, per far emergere i talenti e facilitarne l’espressione”.

A tal proposito Skill ha ideato un prodotto dedicato, l’Isa – Innovation Skill Assessment: “Mediante la nostra metodologia ISA abbiamo messo a punto un processo valutativo che consente di rilevare tutte quelle componenti dell’individuo (capacità e tratti) che sottostanno alla capacità creativa. Attraverso specifici strumenti è possibile effettuare un bilancio delle capacità/potenzialità creative delle persone” spiega, entrando nel dettaglio, Iacci.

Analizzando il quadro degli strumenti messi in campo per sviluppare tali capacità non si può dimenticare ciò che rappresenta il fulcro di ogni processo di crescita: la formazione.

L’amministratore di Skill Risorse Umane evidenzia: “Abbiamo sviluppato una serie di percorsi formativi ad hoc, gli esempi più recenti all’Ordine degli Ingegneri e per una grossa realtà aziendale appartenente al comparto Automotive, in questo caso rivolto ai progettisti. I corsi miravano a fornire metodologie e strumenti di facilitazione della creatività, o meglio, della “cre-attività”.

Skill sta inoltre attualmente collaborando all’interno di un esempio virtuoso di alternanza-scuola lavoro: i ragazzi delle classi quinte dell’Itis Beretta di Gardone Val Trompia sono coinvolti, con la supervisione degli specialisti delle Industrie Saleri Italo e di un formatore Skill, nel progetto “Mobilità Futura”, chiamati a realizzare un esempio pratico di mobilità sostenibile, sempre mettendo al centro le proprie doti creative: “anche in questo caso parliamo di innovazione allo stato puro, indagata e facilitata non più in dipendenti ma in studenti delle scuole superiori, a dimostrazione di come tale capacità sia la leva sulla quale costruire le competenze del futuro” conclude Laura Iacci.

INNOVATION CLUB/8. inEquipe, l’app per la condivisione e la crescita personale dei medici. Intervista a Luca Damiano

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Luca Damiano, inEquipe

Luca Damiano, 43enne bresciano da vent’anni si occupa di assicurazioni per il mondo medico, trattando nello specifico responsabilità civile professionale. Oggi sta per lanciare sul mercato InEquipe, la prima app esclusivamente dedicata al mondo medico.

Dalle assicurazioni alle piattaforme digitali: come è avvenuto il passaggio?

E’ stata proprio la relazione con i miei amici-clienti che mi ha spinto a riflettere e andare oltre. “Malpractice”: le mie prime riflessioni si basavano sulla necessità di arginare questo fenomeno e inizialmente avevo ipotizzato che il modello più adatto fosse un collettore tra bisogni e servizi socio-sanitari. Studiando la strategia più efficace per mettere in pratica la mia idea, mi sono trasformato in un “giovane stratupper”, anche se di giovane è rimasta solo la data di costituzione e non certo quella della mia nascita, visto che già allora avevo superato i 40 anni. Nell’aprile 2015 ho fondato la mia prima startup con lo scopo di sviluppare un nuovo modello di accessibilità ai servizi sanitari attraverso un’applicazione smartphone che permettesse di geo-localizzarli, fungendo dunque da interfaccia tra domanda e offerta di cura.

Ma quello che proponi oggi è ben diverso…

Innamorato della mia idea, ma non abbastanza convinto che il contenuto innovativo fosse sufficiente per spiccare il volo verso la dorata Silicon Valley alla guida di una nuova multinazionale, mi sono rimesso al lavoro concentrandomi sul dilemma che mi tormentava: come diavolo farò, da solo, a sviluppare un progetto del genere?

Appunto, come hai fatto?

Grazie all’incontro con Michael, attualmente il nostro CTO – responsabile della tecnologia e dello sviluppo del prodotto – e al contributo di Massimo Sgrelli, il nostro Advisoring, ho scoperto il lavoro di squadra, che mi ha permesso di dare forma alle varie funzioni, scegliendo il percorso progettuale più adatto per ognuna di esse. Il mio, anzi il nostro, obiettivo? Sviluppare un grande network che sensibilizzi la gente a una maggiore sicurezza in tema di salute, realizzando un ambiente in grado di contenere una grande community interattiva per generare circoli virtuosi di conoscenza. A questo punto però, si affacciavano altre importanti domande: è davvero quello che la gente vuole? Stiamo creando valore quando parliamo di e-health? Il mondo ne ha bisogno? Il medico sente il desiderio di condividere la sua conoscenza? La grande comunità scientifica ha la necessità di compiere questo passo?

Sei riuscito a darti delle risposte?

Per le Pubbliche Amministrazioni l’e-health è uno strumento attraverso il quale poter contenere la spesa sanitaria e far quadrare i conti (ad esempio la cartella clinica dematerializzata e le ricette on line). Ma il vero quesito è: si può parlare di innovazione solo facendo riferimento al contenimento degli sprechi? Così circostanziato, ci sembrava piuttosto uno strumento acchiappa-voto o un goffo tentativo di allinearsi alle evoluzioni della medicina e della tecnologia viste come fantascienza e portate talvolta a confondere la percezione delle persone comuni. Sapevamo che la strada giusta era l’interconnessione, ma avevamo anche l’esempio di dottori e pazienti che s’incontravano all’interno dei nuovi collettori online con una chiara endorsement. Questo ci faceva dubitare perché era evidente che fosse un modello di businness. La strada intrapresa era dunque impervia e faticosa, perché non si basava né sul principio ontologico della relazione né sul modello paziente-centrico, che indica il medico “giusto” a portata di click. E tutto questo necessitava di grandi pensieri e decisioni.

Alla fine, però, ne siete venuti a capo…

Direi proprio di sì. Che cosa potevamo fare se non intervistare i medici e chiedere loro che cosa volevano? Abbiamo sentito più di duecento professionisti (di età e specializzazioni differenti) ed è emerso che quasi tutti hanno confidenza ma non fiducia nei social. Abbiamo notato inoltre la più totale mancanza di cura dell’identità digitale. Ultimo, ma non meno importante: il bisogno, comunemente sentito, di accrescere la propria competenza all’interno di un percorso di carriera che sia un connubio di accademia e di esperienze sul campo. Appurando che non esistevano spazi specifici, ma solo gruppi chiusi all’interno dei social già esistenti, ci siamo convinti della direzione e della linea da seguire: un ambiente on line esclusivo e dedicato al mondo medico, all’interno del quale poter accrescere competenza , membership e reputazione, comunicando in modo sintetico ed efficace tra colleghi.

 

 

INNOVATION CLUB/7. Br Car Service, un nuovo modello di gestione dei veicoli aziendali

in Automotive/Aziende/Br Car Service/Economia/Innovation club/Partner/Rubriche by
Paolo Ciotti

Inauguriamo l’iniziativa di Innovation Club dedicata alle più promettenti Startup Italiane con un’intervista a Paolo Ciotti, CEO di BR Car Service.

Br Car Service
Br Car Service

Innovare il mondo della gestione dei veicoli aziendali non è compito facile, è questo però l’obiettivo che si pone BR CAR SERVICE, start up innovativa fondata nel 2015, partendo da un’idea del suo creatore e grazie al coinvolgimento di diversi operatori del settore automotive sia in ambito locale lombardo che nazionale. Il servizio offerto da questa società, unico nel suo genere, consente alle aziende un notevole risparmio sulla gestione e manutenzione delle flotte aziendali, permettendo alle piccole e medie imprese di accedere alle condizioni normalmente riservate agli operatori del settore e garantendo un controllo sullo stato di gestione dei propri veicoli. Ne abbiamo parlato con l’ideatore e fondatore Paolo Ciotti.

Come è nata l’idea ?
L’idea è nata all’inizio del 2014, dall’esperienza accumulata in 15 anni di lavoro nel settore automotive, proprio grazie alla conoscenza
della filiera distributiva del ricambio e all’attuale modello di gestione delle flotte aziendali. Fin da subito è stata riconosciuta per il suo
aspetto innovativo, guadagnando l’opportunità di un esclusivo percorso formativo all’interno del progetto ISUP – Italian Start Up (un anno di Master in sviluppo dell’idea di business) promosso da Confindustria Brescia e diventando in seguito servizio in convenzione per le
aziende associate alla stessa.
Nel 2015 si è quindi deciso di costituire la BR CAR SERVICE SRL, start up innovativa regolarmente iscritta allo speciale Registro della Camera di Commercio e si è iniziata la graduale diffusione del servizio.
Cosa vi distingue dall’attuale offerta del mercato ?
Oggi, in Italia, la normale offerta del mercato per la riparazione dei veicoli, rivolta alle imprese, non è in alcun modo differente da quella destinata al cliente privato. Pur avendo il veicolo aziendale consumi più elevati, sono molto rare e, nei pochi casi documentati, irrisorie le condizioni riservate a questo tipologia di utenza.
BR CAR SERVICE tramite una bassa quota di adesione permette a tutte le aziende, anche con un solo veicolo in proprietà, di avere a disposizione una rete di officine, tutte operanti alle stesse condizioni, con un costante controllo sulla qualità del servizio e con l’applicazione di tariffe regolamentate. Grazie inoltre alla fornitura diretta all’ingrosso del materiale necessario alle manutenzioni e riparazioni dei veicoli, riusciamo a garantire un notevole risparmio sulle stesse, con una riduzione dei costi spesso superiore al 30%.
 
Non risulta complicato per il cliente ?
Assolutamente no, in senso pratico tutto resta normale, il cliente continua a portare il proprio veicolo in officina come ha sempre fatto, ma con la possibilità di avere a disposizione più punti dislocati sul territorio e la sicurezza di un trattamento certificato in ognuno di questi. Naturalmente, i vantaggi riservati vengono applicati senza che il cliente debba far nulla.
Il cliente ha la possibilità di sapere anticipatamente quale sarà la spesa da sostenere ?
Si, è facoltà del cliente chiedere preventivo di spesa prima di procedere all’intervento. Attualmente, stiamo implementando un sistema informatico che garantirà al cliente di ricevere il preventivo della stessa in anticipo per ogni riparazione, con la possibilità di personalizzare il proprio livello di informazione e controllo sulla gestione dei veicoli, ovvero di scegliere cosa rendere automatizzato dalla procedura BR CAR SERVICE e cosa controllare personalmente. Le condizioni riservate e gli standard di lavoro saranno chiaramente sempre garantiti ed il cliente avrà in più la possibilità di tenere sotto controllo ogni stato di avanzamento del lavoro.
Alcune aziende hanno adottato soluzioni di noleggio lungo termine dei veicoli, il vostro servizio in questo caso non serve ?
Anche nelle soluzioni di noleggio lungo termine BR CAR SERVICE è utile ai propri clienti. Il software che stiamo implementando non solo gestirà i veicoli in proprietà, sia a livello di riparazioni che di scadenza normative (bollo, assicurazione, ecc..), ma terrà, inoltre,
monitorato l’avanzamento chilometrico dei veicoli, automatizzando l’aggiornamento dello stesso con comunicazione agli utilizzatori e quindi, permettendone la verifica costante. Ciò è importante per il veicolo in proprietà, ma ancora di più per quello a noleggio,che
prevede chilometraggi precisi a livello contrattuale.
Inoltre, BR CAR SERVICE avendo stipulato un accordo con quasi tutte le principali compagnie di noleggio lungo termine nazionali, da la possibilità di poter accede a più quotazioni, formulate da diversi operatori e di poter personalizzare l’offerta destinata al cliente.
State già operando da un anno sul mercato, chi sono i vostri clienti ?
BR CAR SERVICE si rivolge a tutte le aziende, ma in particolare il nostro obiettivo è quello di diventare il primo servizio specifico per le piccole e medie imprese. Non serve avere grandi flotte per risparmiare e trovare vantaggi con le nostre soluzioni; già con pochi veicoli la
convenienza è evidente, chiaramente più è grande la flotta più si moltiplica il risparmio.
Tra i nostri clienti ci sono aziende con diversi veicoli commerciali e auto, abbiamo inoltre recentemente esteso il servizio anche ai veicoli superiori ai 35 quintali, ancora in modo limitato, ma è nostro obiettivo per il futuro servire anche questo specifico mercato.
 
Quali sono gli obiettivi raggiunti fino ad oggi e quali gli obiettivi dei prossimi anni ?
Il nostro obiettivo primario, fino ad oggi, è stato quello di creare internamente l’adeguata struttura aziendale per poter gestire tutti gli aspetti del servizio offerto ed esternamente abbiamo cercato di diffondere il più possibile il servizio per testarne tutti gli elementi, confrontandoci inoltre con le esigenze emerse dai nostri clienti e aumentando il numero degli stessi.
Tutto questo ci ha portato ad avere un notevole bagaglio di informazioni, nonché la sostenibilità dell’iniziativa, ma ancor di più ci ha permesso di individuare il giusto percorso e i necessari contatti per la diffusione su ampia scala del servizio.
Nel medio periodo prevediamo quindi di raggiungere il completamento degli strumenti informatici necessari ad automatizzare i processi e di diffondere ulteriormente l’iniziativa potenziando la struttura commerciale, stiamo valutando infatti la possibilità di cedere una quota minoritaria di azioni a potenziali investitori proprio per accelerare tale percorso.
Secondo lei qual è il segreto di una start­up di successo ? Cosa fa la differenza ?
Penso siano diversi i fattori necessari al successo di una start­up, in primis sicuramente la dedizione alla propria idea ed alla volontà di svilupparla. Creare una start­up non può essere un lavoro part­time, è necessario dedicarci tutto il proprio tempo, senza arrendersi davanti alle difficoltà. Inoltre un altro fattore importante riguarda la scelta dei propri collaboratori, perché la condivisione dello stesso spirito è fondamentale per il buon successo dell’iniziativa. Chiaramente alla base di tutto questo, ci deve essere un reale principio di innovazione nell’idea, con la capacità di vedere sempre anche oltre.

INNOVATION CLUB/6. Il canale digitale per guardare verso il futuro – Intervista a Davide Corna

in Economia/Innovation club/Partner/Rubriche/Startup/Tech/Web e digitale by

Ospitiamo le riflessioni di Davide Corna, amministratore delegato di Valeo Studio, in merito all’utilizzo degli strumenti digitali per potenziare i processi interni e collaborativi.

Il web ha troppi segreti? Il marketing non fa per voi ? L’industria 4.0 è un miraggio?
La parola chiave è innovare. Consapevolmente. E per farlo bisogna saper scegliere il proprio “partner digitale” capace di trovare soluzioni strategiche, gestire il business sulla rete e guardare al futuro “per arrivare là dove mai nessuno è giunto prima”, proprio come il claim dell’ultima campagna pubblicitaria di Star Trekiana memoria di Valeo Studio, web agency di Bergamo capitanata da Davide Corna con un team di professionisti in web produzione e web marketing al servizio di piccole e grandi aziende di tutta la Lombardia. La formula è semplice: strategia, creatività, tecnologia e innovazione per far volare il modello di business sulla rete sotto ogni aspetto e tramite una completa digitalizzazione aziendale.

Cosa intende per digitalizzazione aziendale? 

Essere digitali oggi non vuol dire solo avere un sito internet ma anche e tutto un mondo di servizi di web marketing, social media, Ceo, sviluppo app, apertura canali e-commerce, negozi e-Bay software, gestionali: tutti pezzi che insieme formano un’identità digitale aziendale unica e coordinata.

Cosa intende per innovare consapevolmente?
Da 20 anni siamo da sempre la stessa azienda con la stessa proprietà e con la stessa guida, con oltre 500 clienti soddisfatti, 300 clienti attivi e gestiti periodicamente e un fatturato che nel 2016 ha siglato un +28% rispetto all’anno precedente.

Radici salde ma con lo sguardo rivolto al futuro quindi…
L’anno scorso abbiamo investito su personale con know how specifico assumendo 4 nuove figure professionali senior e aperto una nuova divisione aziendale specializzata in sviluppo e integrazione di sistemi complessi, sviluppo di app industriali e aziendali, sistemi di gestione dati per l’automazione digitale. Tutti servizi che abbiamo sviluppato a margine del nostro core business legato alla realizzazione di siti internet su misura, immagine e non, e servizi di web marketing.

Perché si parla di rivoluzione cultural-digitale?
Il nostro obiettivo è accompagnare le Pmi nel cambiamento del modello di business e dei processi ma prima di parlare di rivoluzione 4.0 occorre capire come affrontare la sfida molto più attuale della completa digitalizzazione, fondamentale per arrivare sul mercato e battere la concorrenza.

La tecnologia come valore aggiunto dunque?

Certamente e insieme ad alcuni amici e partner rappresentativi di aziende di consulenza ad alto contenuto tecnologico e innovativo, abbiamo costituito l’Innovation Club (www.innovationclub.it) per stimolare le Pmi approfondire le tematiche e gli strumenti di innovazione, tramite eventi e workshop gratuiti organizzati sul territorio. L’intento è anche quello di costituire una rete di professionisti per scambiare idee e know how ad alta contenuto tecnologico e innovativo.

Web etico: è questo il segreto del know how di Valeo Studio?
È fondamentale che il cliente sia sereno mentre collabora con noi. Per questo qualsiasi servizio che realizziamo è sempre intestato al cliente e rimane di sua proprietà, oltre a spiegare sempre cosa ha comprato, come funziona e a cosa serve Nel corso di più di 15 anni di esperienza di Valeo Studio ci siamo imbattuti in clienti “scottati” da esperienze negative e poco propensi ad investire nuovamente in servizi per il web. Noi, invece, portiamo avanti la nostra mission: essere una web agency con un codice etico.

Per avere ulteriori informazioni: www.valeo.it

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