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Opinioni

L’OPINIONE. Industria 4.0, serve un percorso partecipato e non calato dall’alto

in Cgil/Economia/Evidenza/Opinioni/Sindacati by
Damiano Galletti (Cgil) - Brescia

di Damiano Galletti – La grande trasformazione produttiva in atto, comunemente chiamata «Industria 4.0», molto sta facendo discutere, non solo a Brescia. Merito anche del Governo che, seppure in maniera tardiva, ha finalmente spostato l’asse su una politica industriale degna di questo nome,  ha presentato un progetto articolato di investimenti e incentivi fiscali e ha costituito una cabina di regia aperta a imprese, centri di ricerca e parti sociali. Una buona notizia, appunto, soprattutto per un Paese come il nostro, che da troppo tempo soffre di bassa produttività e mancati investimenti pubblici e privati.

Il fatto che la cabina di regia nazionale sia aperta anche alle parti sociali non è casuale e tiene conto del fatto che non stiamo parlando solo di macchinari ma di processi che avranno in pochi anni enormi
ripercussioni anche sul fronte del lavoro. Quanto ce ne sarà, come sarà svolto, come cambierà l’identità stessa del lavoratore, quali effetti avrà sulle politiche di welfare. Non sono questioni secondarie, per dare l’idea della dimensione del problema basti citare le considerazioni a riguardo di Bill Gates, che non più tardi di qualche giorno fa ha proposto «una tassa sui robot che ci ruberanno il lavoro».

Di tali questioni la Cgil si sta occupando da tempo, con diverse giornate di approfondimento seminariale a livello nazionale (Torino, Ancona, Firenze solo per citare alcuni degli apuntamenti principali) che presto verranno declinate anche a livello territoriale, e nella convinzione che in sintesi, vicino ad Industria 4.0, vada progettato anche il Lavoro 4.0. E, aggiungo, il welfare 4.0, un processo che deve
essere governato e partecipato il più possibile a tutti i livelli se vogliamo che produttività, partecipazione e qualità del lavoro non risultino parole vuote. Positiva è stata in questo senso la cabina di
regia che, inizialmente su impulso di Apindustria, si è costituita in Camera di Commercio e che vede numerosi attori coinvolti nel «Comitato 4.0», tra cui anche le rappresentanze dei lavoratori. Ci è sembrato un buon modo di procedere, un segno di consapevolezza della dimensione del
tema, che vuole valorizzare le opportunità senza eludere gli elementi critici.

Colpisce invece il titolo del convegno promosso lunedì da AIB, dal titolo «Industria 4.0. La trasformazione da affrontare insieme», nel quale spiccavano soprattutto le assenze. Non solo di carattere sindacale. La sala era molto piena, segno di un interesse genuino, speriamo non semplicemente legato alle agevolazioni fiscali in materia previste dall’ultima manovra di stabilità del Governo. L’industria 4.0, le trasformazioni che questa comporterà per le nostre vite (anche di quella dei sindacalisti: dobbiamo riconvertire anche noi le nostre competenze contrattuali, le conoscenze di processo e di prodotto, le dinamiche globali dei sistemi interconnessi) non possono essere ridotte a incentivi fiscali e controllo dall’alto, senza pensare che il dialogo tra tutte le parti sociali, alla ricerca di una nuova mediazione tra capitale e lavoro, sia quanto mai necessario. A meno che non si pensi che nell’Industria 4.0 i temi del lavoro di cittadinanza, del salario sociale, della divisione del lavoro, della flessibilità e della gestione degli orari  possano essere gestiti in ottica 1.0.

* segretario generale Cgil Camera del Lavoro di Brescia

Acciaio, Piombino ad alta tensione: tutte le manovre in corso

in Acciaio/Economia/Evidenza/Opinioni by
Ugo Calzoni

Segnaliamo ai lettori e ripubblichiamo un interessante intervento di Ugo Calzoni sulla rivista FirstOnLine:

Da Populonia a Follonica e in tutta la val di Cornia la mobilitazione dei Sindaci e del Sindacato ha riproposto per l’ennesima volta il problema della sopravvivenza della siderurgia piombinese ormai limitata alla lavorazione a freddo della ex Magona e all’asfittica gestione delle Acciaierie da tre anni nelle mani della Cevital di Isach Rebrab.

L’imprenditore algerino paga certamente le difficoltà politiche casalinghe che lo vedono in contrasto con il locale Governo ma aggiunge negativamente i ritardi accumulati col piano di riassetto e di rilancio del sito industriale e del suo porto; piano che aveva spinto la liquidazione disposta dalla Legge Marzano ad affidargli la proprietà e la gestione del grande stabilimento che fu dello Stato, poi della famiglia Lucchini e infine dei russi della Severstal.

Cevital ha soltanto rimesso in funzione le tre linee di laminazione (vergella, lunghi e rotaie) comprando qua e là l’acciaio necessario ad alimentare gli impianti: in un primo tempo approvvigionandosi dai Riva, poi saltuariamente dai bresciani e, infine, sul mercato internazionale delle billette. L’alto forno a ciclo integrale promesso è di fatto rinviato sine die e quello elettrico, da complementare ad alternativo, è rimasto solo sulla carta. Tutto ciò ha costretto Piombino a lavorare a singhiozzo e a ridurre notevolmente il portafoglio-ordini delle rotaie che potevano essere il cuore strategico del business dal momento che lo stabilimento toscano resta con l’austriaca Voest Alpine l’unico produttore europeo.

Pochi soldi, scarsa liquidità, capitale insufficiente hanno obbligato Rebrab a non poter onorare gli impegni di investimento assunti e a dover cercare altre soluzioni come la ricerca di qualche socio o, almeno, di un fornitore di billette in grado di star “sul credere” per molti mesi. Da qui le sue giornate bresciane in cerca di partner o di contare sull’acciaio della Leali steel di Borgo Valsugana. E’ pur vero che nella città lombarda opera il suo studio legale di fiducia ma è altrettanto vero che da Brescia non è sorto nulla di buono per il futuro piombinese della Cevital. Anzi.

In questi giorni ha preso campo il Commissario della liquidazione Piero Nardi con un messaggio non molto criptico. Pur avendo venduto i cespiti della Caleotto di Lecco (Pasini-Gozzi) e di Servola (Arvedi) nonché in corso anche le trafilerie di Condove, ha ricordato alla stampa che nelle sue mani sono ancora saldamente tenute quote delle Acciaierie di Piombino per il 27,7% del capitale oltre ad una azione giuridicamente perseguibile qualora Cevital non sia in grado di onorare tutti gli impegni (nessuno escluso) presi a suo tempo.

Piero Nardi è stato uno dei potenti boiardi dell’acciaio di Stato. Protagonista della cessione ai Lucchini dell’Ilva di Piombino; poi manager e Ceo della Lucchini per tutto il periodo crepuscolare del Gruppo fino all’arrivo di Enrico Bondi che, cacciati tutti i dirigenti, di fatto venderà cespiti, centrali elettriche, fabbriche e pingui magazzini spianando la strada ai russi di Severstal. Ora Piero Nardi è il Commissario della liquidazione e, si dice in Toscana, in grado di non accontentarsi degli eventi ma di costruirne di migliori a suo piacimento.

Ecco perché l’amo del 27,7% è stato gettato nelle acque pescose dell’orizzonte piombinese. In primo luogo perchè gli impianti di laminazione (lunghi e vergella) sono altamente produttivi e garantiscono una altissima qualità al prodotto. Quello delle rotaie,poi, non ha bisogno di ulteriori migliorie sfornando rotaie di lunghezza competitiva a livello mondiale. Infine di alto forno a ciclo integrale non se ne parla più. L’impianto, quasi una pregiudiziale politica, di identità, che i piombinesi hanno sempre messo davanti ad ogni altra ragione o aspettativa, è ormai lasciato cadere a fronte di un futuro possibile forno elettrico. Ne guadagnerebbe l’ambiente senza più cokerie, carbone ed emissioni a sostegno di un futuro dell’immenso patrimonio territoriale che va dal centro di Piombino fino all’attuale centrale dell’Enel. Un autorevole politico a commento della mobilitazione pubblica dei giorni scorsi ha sottolineato più volte che il futuro dello stabilimento sta “ nella utilizzazione degli attuali impianti”.

Così Piero Nardi ha riaperto le porte ai vecchi amici bresciani che, lasciato alle spalle il tabù del ciclo integrale, potrebbero fare dello stabilimento un boccone ambito ed ambizioso e fornire l’acciaio necessario con le non sfruttate capacità produttive installate nei loro impianti. Al limite potrebbero governare anche insieme a Rebrab che rimane pur sempre un grosso consumatore di tondo per cemento armato in quel di Algeri.

A Brescia già circolano i nomi dei più sollecitati osservatori delle vicende piombinesi: si tratta di Antonio Gozzi, presidente di Federacciai e guida della Duferco in alleanza con Giuseppe Pasini della Feralpi. Altre voci aggiungono che sulle rotaie fanno corrono le ruote di Lovere dei Lucchini. Certo è che lo scenario promette “pièces” economiche ed imprenditoriali di grande interesse. Infatti i colossi dell’Alfa Acciai e dei Banzato, minacciati al cuore dalle produzioni piombinesi, non potranno accontentarsi di pagare il biglietto e godersi lo spettacolo stando in platea.

Il lavoro che non c’è: il filo rosso lega referendum a referendum

in Cgil/Economia/Lavoro/Opinioni/Sindacati by
Damiano Galletti (Cgil) - Brescia

di Damiano Galletti* – L’esito del referendum istituzionale della scorsa settimana ha chiuso in modo netto la stagione delle riforme calate dall’alto a colpi di maggioranza. Gli italiani hanno ribadito, per la seconda volta in meno di dieci anni, che agli azzardi istituzionali preferiscono la «vecchia» Costituzione. Di questo risultato non si può che essere soddisfatti. Negare il significato politico del voto di domenica 4 dicembre sarebbe però sbagliato, lo dicono non solo il risultato ma soprattutto la grande partecipazione, affatto scontata. A riguardo, vale la pena soffermarsi su quanto hanno sottolineato osservatori e analisti, ovvero che il «No» ha avuto maggiori consensi tra le classi popolari e tra i giovani. Il «No» ha insomma certificato, più di tanti report e discussioni in materia, il fallimento delle politiche economiche del Governo nel dare risposta alla mancanza di lavoro in Italia. Che, anche quando c’è, è sempre più precario e povero. Tanti giovani – evidentemente meno ammaliati dei loro governanti da social network e slide – hanno compreso molto bene lo stato dell’arte del Paese e hanno punito il Governo. Ripartire da qui, ripartire dal fatto che lavoro, promozione della sua dignità, lotta alla disoccupazione e alla povertà devono diventare un’ossessione per ogni Governo, per quello nuovo che c’è e per quelli che verranno, è fondamentale. È questo il grande nodo che abbiamo di fronte e in tal senso, a chiarire il quadro e posizioni, verrà in aiuto la scadenza sui tre quesiti referendari che abbiamo promosso come Cgil. Al di là dei tecnicismi, sui tre referendum dovremo dire se pensiamo che i voucher diano risposta al precariato e al lavoro povero o al contrario ne siano l’ultima frontiera, se riteniamo che un lavoratore licenziato in modo illegittimo non abbia diritto di trovare udienza da un giudice, se crediamo che il sistema degli appalti che inquina la trasparenza da un lato e peggiora le condizioni di lavoro dall’altro non debba essere responsabilizzato. I tre referendum sono il simbolo di un’idea di lavoro e non per caso sono un pezzo della campagna sulla Carta universale dei diritti del Lavoro che come organizzazione sindacale stiamo promuovendo da oltre un anno, una Carta che ha l’obiettivo dichiarato di ricomporre il mondo del lavoro, rafforzare la contrattazione collettiva, costruire un nucleo di diritti universali estesi a tutte le lavoratrici e i lavoratori, indipendentemente dalla loro condizione lavorativa. Stiamo cambiando paradigma produttivo, la crisi esplosa nel 2008 ha fatto esplodere contraddizioni che ci trasciniamo da molto tempo, urgono risposte inedite in termini di politiche sociali, di politiche dell’inclusione e di politiche dalla formazione. Il lavoro, se e quanto ce ne sarà, se e quanto sarà dignitoso sotto il profilo economico e delle condizioni, dirà molto del nostro benessere futuro. Spiace che in molti di questo non si siano ancora accorti, spiace che alcuni pensino che bisognerà aspettare anni per vedere gli effetti del Jobs Act quasi l’Italia fosse una sorta di laboratorio sociale, spiace che questi tre refendum stiano già diventando un’ossessione per commentatori e governanti. Spiace perché il problema non è quando si terranno i tre referendum, ma se e quando si inizierà a dare risposta ai tanti giovani e alle tante famiglie che nelle periferie del Nord e del Sud Italia stanno esprimendo in modo sempre più evidente il loro disagio. Ascoltare e dare risposta a questo disagio, non lasciarlo in mano alla destra politica e sociale, è necessario. E doveroso, aggiungo, per forze politiche e organizzazioni sociali che si definiscono progressiste.

* Segretario Camera del lavoro di Brescia

L’OPINIONE: Rinnovo contratto meccanici, un passo nella direzione giusta

in A2A/Economia/Opinioni/Partecipate e controllate by
Fabio Astori, vicepresidente Aib

di Fabio Astori* – Dopo un anno di trattative si è giunti infine alla sottoscrizione di un’ipotesi di accordo per il rinnovo del contratto nazionale del settore metalmeccanico.
E’ un accordo unitario, sottoscritto da tutte le organizzazioni sindacali, e questo è già un valore in sé, per nulla scontato dopo due rinnovi senza la firma della Fiom – CGIL.
Non solo un valore politico, ma anche e soprattutto pratico, di una ritrovata unità di intenti e di azione da cui ci attendiamo risultati immediati nella quotidiana gestione delle attività aziendali, che richiedono oggi come mai quel clima di collaborazione cui anche il sindacato deve e può concorrere.
La vertenza è stata lunga e complessa, ci sono stati anche momenti conflittuali, cosa del resto inevitabile di fronte alla richiesta di Federmeccanica di un vero “rinnovamento” culturale e contrattuale, di un cambiamento sostanziale anche nelle relazioni industriali per rispondere alle mutate esigenze delle imprese di fronte alla crisi e alla competizione globale.
Vediamo con favore la chiarezza della posizione assunta dalle parti in materia di contrattazione aziendale, inequivocabilmente variabile, legata ai risultati aziendali conseguiti e pertanto destinata a distribuire solo la ricchezza effettivamente prodotta.
Nel quadro di una sempre maggior valorizzazione dei rapporti con i nostri dipendenti, l’attenzione alle risorse umane è un pilastro importante di questo rinnovo: gli investimenti in welfare e formazione ne sono la testimonianza e confermano, insieme a temi importanti quali la sicurezza sul lavoro e le politiche attive, la svolta che l’ipotesi di contratto appena siglata rappresenta.
Da non sottovalutare anche le ricadute positive del meccanismo di riconoscimento dell’inflazione ex post (anziché ex ante), con conseguente allineamento dei minimi contrattuali. Il modello tradizionale non era più sostenibile: per effetto di continui scostamenti tra inflazione prevista (quella su cui erano calcolati gli incrementi salariali) e inflazione reale, le retribuzioni tra il 2007 e il 2015 sono cresciute il doppio rispetto al costo della vita, mentre nello stesso periodo la produzione metalmeccanica è diminuita del 30% e il costo del lavoro per unità di prodotto è cresciuto del 22%.
Sono tutti elementi di novità sui quali Brescia si è spesa molto a livello locale, ma anche nazionale, che convergono in un’unica direzione: quella dell’aziendalizzazione del nostro sistema contrattuale, per avere più contrattazione aziendale e meno nazionale, più innovazione e meno ideologia.
Questo rinnovo, pur non realizzando pienamente quegli obiettivi di rinnovamento di cui le imprese hanno urgente bisogno, può considerarsi nel complesso un primo importante passo nella giusta direzione.
La strada da fare è ancora lunga perché possa dirsi marginale la parte retributiva del contratto nazionale e prevalenti le risorse da gestire nello scambio tra salario e produttività in azienda, ma un ulteriore passo avanti potrà essere realizzato  nell’imminente confronto sulla riforma degli assetti contrattuali tra Confindustria e Cgil, Cisl e Uil. Perché ciò accada, AIB ha già iniziato a far sentire la propria voce.
* Vice Presidente Relazioni Industriali AIB

Abbattere la Tintoretto è una buona idea, nè di destra nè di sinistra

in Economia/Edilizia/Evidenza/Istituzioni/Opinioni by
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di Fausto Di Mezza – Un’idea buona è un’idea buona, non è’di destra e neppure di sinistra. Quando questo elementare assunto si sposa con la logica della finanza immobiliare è ancora più vero. L’iniziativa messa in campo da Invesire Sgr, in merito all’abbattimento della torre Tintoretto, è quanto di più intelligente e socialmente utile si possa fare per quella zona della città.

L’housing sociale, infatti, rappresenta quella che, in termini finanziari, si definisce un’operazione win win. Si chiamano in questo modo le operazioni in cui tutte le parti coinvolte in un determinato deal escono vincenti dagli accordi trovati.

La finanza immobiliare, fatta attraverso quelle Sgr che, come loro mission non guardano solo alla logica del profitto ma anche alla utilità sociale delle operazioni, rappresenta uno strumento avanzato. Le Sgr offrono ai sottoscrittori dei fondi un minimo di remunerazione del capitale, permettono a quartieri degradati di rinascere e al contempo a giovani coppie di poter realizzare il sogno di avere una casa con sistemi innovativi come ad esempio l’affitto con riscatto. È necessario che la politica agevoli il più possibile questo tipo di operazioni, cercando di mettere le Sgr in condizioni di poter sviluppare piani finanziari che siano sostenibili.

Anche un profano del settore immobiliare capisce che perno fondamentale dell’operazione in questione passa obbligatoriamente dalla riuscita da parte della Sgr di alienare gli immobili velocemente.

Qualcuno dei lettori comprerebbe un appartamento nella torre Tintoretto anche qualora fosse riqualificata? Penso proprio che la risposta sia negativa perché un mostro rimane sempre un mostro anche se ristrutturato ed abbellito.

In conclusione, il mio personale consiglio alla politica cittadina è’ il seguente: la sinistra esca dall’impasse ideologico di non poter cambiare idea solo perché la proposta originaria fu fatta dalla ex giunta Paroli. La destra, dal canto suo, rinunci al “ve lo avevamo detto” ed insieme si lavori per fare in modo che tutti i soggetti coinvolti possano trarre il maggior vantaggio possibile. Abbattiamo quindi senza alcun indugio il mostro, prima che la città perda l’ennesimo treno!

* Ex assessore comunale al Bilancio

Elnòs Ikea: parliamone pure male, ma senza dire bugie

in Opinioni by
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di Alessandro Benevolo – Giovedì giornata inaugurale del grande centro commerciale voluto dal Comune di Roncadelle e promosso dalla multinazionale svedese. Scene già viste, 30.000 agguerriti compratori, ingorghi in tangenziale, code ai negozi appena aperti inseguendo curiosità e occasioni.

Visto il numero di visitatori c’è da dubitare del fatto che la pioggia di critiche dei mesi scorsi che ha investito le amministrazioni comunali coinvolte (di segno piddino) fossero tutte genuine. L’edificio sarà brutto, troppo grande e troppo vicino ad altri centri del genere; la pubblicità ingannevole, le corse degli autobus cittadini troppo corte per raggiungerlo, ma intanto si registra il tutto esaurito.

Personalmente non sono un grande appassionato di queste strutture, preferisco fare acquisti nei piccoli negozi o nei mercati rionali. A Brescia poi abbiamo troppi di questi centri, mal distribuiti e anche poco originali. Quanto basta per esprimersi a sfavore, ma restando in questo campo sono fiorite e fioriscono contrarietà basate su luoghi comuni e piccole bugie.

Numero 1: è una colata di cemento che consuma ulteriore territorio in un hinterland urbano i cui terreni sono stati già abbondantemente consumati. Falso: Elnòs (si chiama proprio così: nome orrendo) occupa un’area industriale dismessa, consuma un terreno già precedentemente edificato e quindi tecnicamente non si può parlare né di colata e né di consumo.

Numero 2: diamo il colpo di grazia al commercio di vicinato del nucleo antico di Brescia, dopo averlo ferito mortalmente con la Freccia Rossa. Qualcuno può veramente credere che un gruppo di negozi in franchising di brand celebri chiusi dentro un edificio sulla tangenziale a 4 Km. di distanza possa far concorrenza alle botteghe del nucleo antico del capoluogo? Sono due offerte (purtroppo in parte coincidenti) così diverse per tipologia, per atmosfera, che si appoggiano a due domande commerciali diverse. Più che strillare contro queste aperture, suggerisco amichevolmente ai tanti amici che conosco e hanno un negozio in centro a Brescia: seguitate a diversificarvi, puntate su merci non reperibili nei centri commerciali e vedrete che anche 5 Elnòs non diminuiranno la vostra clientela.

Numero 3: non serve, ce ne sono altri lì vicino (Campo Grande, Brescia 2000, Rondinelle, ecc.). Vero, ma Elnòs nasce per fare le scarpe proprio a loro (non ai dettaglianti dei centri storici), per offrire spazi nuovi, servizi migliori: un’”esperienza di acquisto” nuova, come dicono gli esperti in questo settore. E’ un’evoluzione della specie centro commerciale e come tutte le specie evolute si impone a danno di quelle che lo sono meno.

Numero 4: non è raggiunta dal trasporto pubblico urbano e quindi si favorisce l’uso dell’automobile per raggiungere la struttura. Anche qui, ci si chiede come sia possibile pensare che la natura di questo luogo creato apposta qui per favorire gli automobilisti (che lo raggiungono direttamente dagli svincoli delle tangenziali e parcheggiano senza sforzo) possa essere messa in discussione da un autobus che lo raggiunge. Se ci sarà bene; se non ci sarà cambia poco.

Parliamo pure male dei centri commerciali, ma usiamo argomenti convincenti. A questo proposito, mi permetto qui di sollecitare una riflessione a proposito della prossima inevitabile chiusura dei molti centri commerciali vicini e lontani dalla nuova grande IKEA. Ce ne sono già troppi e molti hanno conosciuto la crisi ancor prima dell’apertura di questi nuove strutture. Il loro destino mi sembra segnato. Cosa ne facciamo? Come possiamo riconvertirli? Quali nuovi usi è possibile immaginare?

Questi mi sembrano in prospettiva i quesiti importanti sui quali val la pena impegnarsi a trovare delle soluzioni.

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Ttip e Brexit, ricadute importanti per le piccole e medie imprese

in Opinioni by
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di Douglas Sivieri – Il Ttip? Bellissimo, ma non a queste condizioni. La Brexit? Le Pmi non sono pro o contro l’Europa, ma è evidente che le politiche attuali non vanno. «Siamo una provincia manifatturiera, vocata all’export e gli scenari internazionali ci riguardano parecchio», ricorda Douglas Sivieri, presidente di Apindustria, anticipando che il 29 settembre nella sede dell’associazione ci sarà una giornata seminariale proprio su Brexit e accordi di libero commercio Usa-Ue con il giornalista economico Mario Seminerio e Daniel Gros, direttore del Centre for European Policy Studies. «I nostri imprenditori hanno bisogno di essere informati – sottolinea Sivieri – per capire quali potrebbero essere gli scenari dei prossimi mesi».

Il TTIP, l’accordo di libero commercio, apre opportunità enormi, ma le regole devono essere giuste, altrimenti per le piccole e medie imprese saranno guai seri. Diversi, secondo Sivieri, gli aspetti che devono essere cambiati: «Un esempio? – spiega – Le corti arbitrali: non abbiamo bisogno di una giustizia parallela, che emetta sentenze a porte chiuse e non ammetta appello. I tempi di questo tipo di corti, storicamente, sono di quattro anni e costano moltissimo. Sarebbe insostenibile per le piccole imprese». Analogo il ragionamento sulla protezione dei consumatori: in Italia e in Europa esiste il principio di precauzione, negli Stati Uniti quello del follow-up: «Se non ci sono regole uguali – osserva il presidente di Apindustria – significa mettere le PMI in mano a chi ha regole diverse dalle nostre». O, ancora, il Consiglio di regolazione, che ha il compito di armonizzare gli standard tra gli Stati Uniti e l’Europa, deve vedere al tavolo anche un rappresentante delle PMI. «Un aspetto che riguarda soprattutto l’elettronica e la metalmeccanica, ambiti peraltro molto significativi a Brescia: per cambiare le procedure di certificazione oggi, in teoria, un esportatore bresciano deve passare da 50 Stati federali diversi, mentre per gli statunitensi basta un’unica procedura per tutta Europa: una distorsione gravissima che deve essere chiaramente cambiata».

Per quanto riguarda la Brexit, è evidente per Sivieri che a tre mesi di distanza tutti gli scenari peggiori per il regno Unito non si sono avverati. La sterlina si è svalutata, il Paese ha sostenuto serenamente il cambiamento, la disoccupazione è in calo ed è tornata ai livelli pre crisi, l’indice delle PMI del manifatturiero (53,3) e dei servizi (52,9) è positivo e migliore delle attese, e anche quello delle costruzioni (49,2), pur restando in territorio negativo, va comunque meglio del previsto. Segnali di vivacità arrivano anche dall’export. «Quello che è evidente è che la Gran Bretagna ha fondamentali solidi – sottolinea Sivieri -, mentre i problemi li abbiamo noi. Non si tratta di essere pro o contro l’Europa, ma le politiche di questa Europa non vanno bene». Un grido d’allarme, l’ennesimo, perché si cambi passo. «Sono questioni fondamentali e c’è necessità di capire», conclude Sivieri. Il 29 settembre (ore 16.30) il seminario su Scenari economici e commerciali fra Brexit e TTIP e le possibili ricadute per le PMI italiane.

* Presidente Apindustria

Banca Valsabbina: è ora di trasformarla in una Spa?

in Economia/Opinioni by
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di Aurelio Bizioli – L’ultima quotazione sul mercato Hi-Mtf delle azioni di Banca Valsabbina ha fermato il prezzo di scambio a 7,17 euro con una riduzione, rispetto ai 18 euro di inizio anno, di circa il 60% del suo valore. La notizia, se considerata all’interno del panorama azionario con specifico riferimento al settore bancario, non è certo significativa: dall’inizio dell’anno Unicredit ha perso il 55%, Ubi Banca il 58% e Monte dei Paschi l’87%; decisamente meglio Intesa (-9%) e Popolare di Sondrio (-21%).

Potrebbe sembrare tutto normale se non fosse che le cinque banche citate sono tutte quotate sulla Borsa di Milano e quindi è chiaro ed evidente, per chi opera su quei titoli, il rischio implicito delle operazioni di investimento azionario. Al contrario le azioni Valsabbina, fino alla primavera del 2016, sono state quotate su un mercato ristretto e per decenni hanno avuto una evoluzione di prezzo limitata che le ha portate ad essere “promosse” come un investimento sicuro per risparmiatori tranquilli.

Banca Valsabbina non è più da anni una piccola banca locale. Con 61 sportelli su 5 province, 480 dipendenti e 4 miliardi di attivo è una realtà economico-finanziaria importante con una caratteristica significativa: è un banca popolare con 40 mila azionisti-risparmiatori che è diventata una “istitituzione” per il territorio valsabbino allargandosi di fatto a tutta la provincia di Brescia.

C’è quindi un interesse ed una attenzione diffusa sia al suo funzionamento quale istituto bancario nei confronti dei clienti che alla gestione della partecipazione azionaria nei confronti dei piccoli azionisti che, proprio per la sua natura di banca popolare, sono la maggioranza della compagine societaria. Ed è quindi importante evidenziare che questi sono due aspetti correlati in un mercato razionale (dove il valore delle azioni riflette il valore della società) che si disgiungono pericolosamente in un mercato speculativo dove il titolo azionario segue dinamiche estranee alle dimensioni reali dell’economia.

L’assemblea di approvazione del bilancio 2015 di Valsabbina, tenutasi nell’aprile 2016, ha evidenziato questa distonia: si approvava un risultato positivo di 8 milioni di euro ma il clima che si percepiva, in parte anche manifestato, era di insoddisfazione per la proposta di svalutazione a 14 euro del valore azionario.

Nello stesso periodo un’altra banca locale, anch’essa a capitale diffuso rientrando nella fattispecie del credito cooperativo, approvava un bilancio in perdita per 4 milioni nella piena tranquillità della compagine societaria.

La differenza stava nella diversa impostazione nella partecipazione al capitale sociale: nella banca di credito cooperativo ogni socio aveva sottoscritto solo la quantità minima, poche centinaia di euro, necessaria per acquisire il diritto di partecipazione.

Nel caso di Valsabbina da anni la società ha invece promosso ed incentivato un processo di crescita sia del numero di azionisti che del numero delle azioni possedute (la media è di circa 890 azioni per socio) che rispondeva, ci si augura, ad un progetto di sviluppo gestionale e societario che coincideva, nel breve periodo, con l’interesse del socio. La criticità dell’operazione viene dalla composizione della compagine societaria, priva di investitori istituzionali od imprenditoriali, che ha trasformato in azionisti dei semplici risparmiatori.

La crisi economica ha evidenziato questa criticità a fronte di un rallentamento della crescita dei soci che non ha permesso, negli ultimi due anni, di dare corso regolarmente agli ordini di vendita che si sono accumulati in attesa di acquirenti. L’insoddisfazione in assemblea era un presentimento di quello che è successo con la quotazione sul mercato regolamentato: ogni settimana ordini di vendita per quasi 1 milione di azioni a fronte di ordini di acquisto per circa 10 mila azioni nel migliore dei casi, un prezzo che è sceso a 7 euro per azione con la preoccupante certezza di assistere nelle prossime settimane ad ulteriori ribassi.

Ci sarà anche “il sospetto di una speculazione” (come titolava il Giornale di Brescia di fine agosto) ma la realtà, al di là di operazioni individuali che possono accelerare il processo ma non modificarlo, è che il riequilibrio fra acquisti e vendite non verrà ristabilito a breve. Vi è infatti la percezione che oltre ai quantitativi offerti in vendita ci siano altre posizioni in attesa di vedere una concreta possibilità di cessione prima di immettere i loro titoli sul mercato.

E’ su questo punto che emergono le contraddizioni di una banca popolare (dove, è opportuno ricordarlo, ogni socio conta un voto indipendentemente dal numero di azioni possedute, il cosiddetto “voto capitario”) in cui i pacchetti azionari sono cresciuti in misura eccessiva.

Perché in questa situazione, se si possono intuire le ragioni di necessità o prudenza che spingono i risparmiatori a vendere, non si riesce ad immaginare le motivazioni che possono spingere gli investitori, privati od istituzionali, ad intervenire in acquisto sul mercato.

Il mercato azionario ordinario è influenzato dalla presenza di fondi comuni di investimento che, per fini istituzionali, acquistano azioni per raggiungere i loro obiettivi di breve o medio periodo sulla base di analisi specifiche sulla solidità economico-finanziaria della società. Conditio sine qua non per effettuare un investimento azionario è però la contendibilità della società, cioè la possibilità per chi investe di poter esprimere, direttamente o in accordo con altri soci di riferimento, la governance societaria con riferimento anche a processi di aggregazione ed integrazione.

Un reportage giornalistico del recente convegno economico internazionale di Cernobbio titolava “Banche, pressing per le fusioni. Renzi: “Gli istituti devono aggregarsi: ci sono più poltrone e filiali che nel resto del mondo”. L’invito di Renzi alle aggregazioni bancarie trovava (paradossalmente) consensi tra molti dei principali banchieri italiani.

Nel corso dell’assemblea di aprile si è detto che Valsabbina è la prima banca popolare lombarda; si tratta però di capire se sia un aspetto di soddisfazione o di preoccupazione. Una legge specifica infatti ha costretto le prime dieci banche popolari italiane ad abbandonare il voto capitario trasformandosi in società per azioni; Valsabbina non rientra, per limiti dimensionali, nella previsione legislativa che ha interessato istituti bancari rilevanti come Ubi Banca. Ma è un controsenso che per risolvere le criticità emerse nei decenni di economia in crescita (con la abnorme crescita anche delle compagini societarie in tutte gli istituti interessati) sia sempre necessario un intervento legislativo.

Una compagine societaria in sofferenza che non sia in grado di autoregolamentarsi e di autoriformarsi evidenzia delle gravi patologie di funzionamento.

Gli organi direzionali societari che si sono succeduti in Valsabbina (peraltro con poche modificazioni, ed anche questo è un sintomo di avversione al cambiamento) in questi anni hanno evidentemente delle responsabilità sulla gestione del valore del titolo azionario; ma credo che in questa sede sia di scarsa rilevanza il giudizio sul passato.

Difficilmente può risolvere il problema dell’affidabilità del titolo azionario l’annunciata acquisizione di sette sportelli, dislocati su cinque diverse province, da una banca, Hypo Alpe Adria Bank, che non ha certo lasciato un buon ricordo nel territorio bresciano dopo una gestione particolarmente aggressiva nel settore del leasing industriale.

Il futuro di Banca Valsabbina, che non ha come obiettivo solo una ripresa di valore del titolo azionario ma anche il consolidamento e lo sviluppo sul territorio bresciano di una istituzione finanziaria rilevante, non è una questione che riguarda solo gli organi sociali ma l’intera comunità dei 40 mila soci che deve farsi carico di scelte difficili ed incerte nella convinzione che l’immobilismo non è una soluzione.

Presento qui la stessa proposta che ho avuto modo di esprimere, ovviamente con le limitazioni di un intervento nell’assemblea sul bilancio 2015, nel corso della discussione sulla riduzione del valore di riferimento delle azioni a 14 euro: la trasformazione in società per azioni ordinaria con l’eliminazione del voto capitario. Con questa modificazione statutaria ogni socio conta per il capitale investito attuando una correlazione diretta e proporzionale fra numero di azioni e diritti di voto. Una modifica che, anche non considerando l’opzione di quotazione su un mercato azionario più strutturato del Hi-Mtf (che attualmente quota solo sei banche non certo di rilievo), può avviare un percorso di sviluppo e crescita tramite aggregazioni e fusioni.

All’obiezione espressa in assemblea che nelle società per azioni i soci contano meno è facile, soprattutto ora, rispondere che il mercato ha dimostrato che continuando con questa strategia sono i conti degli azionisti-risparmiatori che non tornano.

La trasformazione in una società per azioni ordinaria è una scelta significativa, peraltro nella stessa direzione dell’indirizzo legislativo, che comporta aspetti positivi (non esclusa la ripresa di valore del titolo azionario anche senza bisogno di quotarsi su mercati finanziari più o meno diffusi) che a mio avviso superano gli aspetti negativi; richiede una serie di argomentazioni che non posso qui esplicitare per non abusare della disponibilità del direttore di questo giornale.

Mi auguro peraltro di poter ritornare sull’argomento, esprimendo compiutamente le motivazioni a favore di questa proposta, in un ulteriore intervento qualora si avviasse, approfittando ulteriormente della cortesia di questa testata giornalistica, un dibattito serio e costruttivo fra i soci.

AURELIO BIZIOLI

Socio Banca Valsabbina dal 1996.

aureliobizioli@gmail.com

L’Economia è ferma, serve una sferzata radicale

in Api/Associazioni di categoria/Economia/Opinioni by
Sivieri (Api)

di Douglas Sivieri – Il Governo ha annunciato che la prossima legge di bilancio sarà pro crescita e il presidente del Consiglio ha detto che l’unica ricetta è abbassare le tasse. Molto condivisibile e speriamo che sia vero questa volta perché i segnali delle ultime settimane hanno confermato, se mai ce ne fosse stato bisogno, che l’Italia è ferma. Da troppo tempo, oramai.

Nelle scorse settimane l’Istat ha inanellato una serie di report preoccupanti, l’ultimo dei quali è la nota mensile di lunedì nella quale si osserva che l’economia italiana ha interrotto la fase di crescita e che nei prossimi mesi proseguirà la fase di debolezza. Nei giorni scorsi era stato sempre l’Istat a dirci che l’indice di fiducia è in ribasso, che l’occupazione aveva poco da gioire, che nel secondo trimestre 2016 il Pil è rimasto invariato rispetto al periodo precedente. Gli ottanta euro, la decontribuzione per i nuovi assunti, i bonus dati qua e là non hanno quindi cambiato il verso dell’economia italiana, che continua a muoversi intorno agli zero virgola in più o in meno. Il motivo per cui siamo così fermi è probabilmente proprio questo: tanta, troppa attenzione alla congiuntura, in modo quasi ossessivo, e rimozione al contempo dei problemi di fondo che attanagliano il nostro Paese da ben prima della crisi.

Come ricorda anche l’Istat lo stato dell’economia è condizionato dal contributo negativo della componente interna e dalla caduta produttiva del settore industriale. La domanda interna è in situazione asfittica da troppo tempo, con conseguente avvitamento verso il basso dell’intero sistema: stipendi bassi, difficoltà crescenti per le imprese, mancata nuova occupazione. Un problema che viviamo in modo forte anche nella provincia di Brescia, che da anni si trova ad avere livelli di disoccupazione inimmaginabili fino a pochi anni fa e che, al pari di tante altre provincie, dovrà fronteggiare una radicale trasformazione delle forme stesse del lavoro. Molti lavori, e ancor più avverrà in futuro, stanno infatti scomparendo e per crearne di nuovi serviranno nuove competenze, formazione, capacità di innovazione

Dall’altro, collegato, il problema di fondo della produttività, che negli ultimi 15 anni in Italia è cresciuta dell’1% rispetto a una media del 17% dei Paesi concorrenti europei. Un dato che si commenta da solo e che trova conferma anche sul fronte della crescita, in Italia sempre più bassa rispetto ai partner europei. Questo per dire che c’è un problema europeo, e dell’area euro in particolare, ma c’è anche un malato italiano.

La soluzione, lo sappiamo, non è semplice e nemmeno di breve periodo. La strada da percorrere è però innanzitutto una: abbassare in modo consistente le tasse, sia per i lavoratori sia per le imprese. Solo in questo modo si potrebbe ridare davvero sollievo alla domanda interna. Tagliare la spesa pubblica, come ha osservato anche nei giorni scorsi l’ex commissario alla revisione della spesa pubblica Roberto Perotti, è una strada lunga e complicata, richiede programmazione e visione. Ma è questo che bisogna fare: tagliare sul fronte della spesa, ridurre le tasse in modo consistente, finalizzare le poche risorse a disposizione in misure estremamente mirate, presentarsi in Europa con un piano credibile e coerente. Di alternative non ce ne sono, troppo tempo è stato perso e ne resta sempre meno a disposizione.

In questi anni tante piccole e medie imprese hanno chiuso anche a Brescia, altre sono riuscite a ristrutturarsi, altre ancora sono a metà del guado. Pensando a queste, all’ossatura del Paese in termini di Pil e occupati, è necessario cambiare verso davvero: pensare, dopo tanto tempo, che basti qualche bonus o incentivo, o che ci si possa accontentare di qualche spostamento millimetrico del Pil non solo è illusorio, ma è foriero di nuovi guai.

  • presidente Apindustria

Fiera, è arrivato il momento di unire le forze

in Economia/Opinioni by
Belli ritratto(2)

di Sandro Belli* – Fiera si, fiera no. Per anni il dibattito è proseguito, poi l’oblio. Pochi, fra i quali Bresciacittagrande ( per questo a volte sbeffeggiata) hanno continuato insistentemente a sostenere che una città operosa, artigianale e industriale come Brescia avesse bisogno di un punto espositivo idoneo, per mostrare la propria produzione e la propria creatività, per incontrare e confrontarsi con clientela di vario tipo, per svolgere un marketing serio, sul pezzo.

Per dar senso e forza ad un grande progetto di rilancio dell’intero comparto, si proponeva di considerare il palazzetto EIB e la Fiera come un tutt’uno. Si chiedeva,in altre parole, di pensare, attrezzare, organizzare e in seguito gestire le due realtà in modo sinergico, sotto un’unica regia. Si chiedeva,inoltre, di preoccuparsi delle adiacenze, dei parcheggi e dei servizi limitrofi; di non dimenticare la raggiungibilita’ da strade, autostrade, stazione ecc.Tutto ciò non solo per le migliori chance  possibili al comparto, ma anche per renderlo più comodo e più versatile rispetto a possibili aree concorrenti, vicine o lontane. Una realtà nuova, ben attrezzata, moderna, gestita in modo snello e a costi contenuti, nella quale tra eventi ed esposizioni dei due edifici non solo non vi fosse sovrapposizione e concorrenza, ma convergenza ed ampia possibilità di utilizzo comune degli spazi, dei servizi e della sede direzionale. Ma tutto ciò non ci pareva sufficiente.

L’ ambito cittadino sembrava essere troppo limitato. Una realtà che doveva poter aver una voce internazionale, andava accompagnata da energie non solo locali. La prospettiva poliprovinciale, inserita nel grande tema della Lombardia Orientale ci sembrò assolutamente consona e indispensabile.

Oggi, dopo che sembra tutto pronto per ripartire, vorremmo riproporre quanto tempo fa scrivevamo nella convinzione che sia ancora utile ed attuale, aggiungendo questa considerazione : non abbiamo alcun dubbio che Brescia possa gareggiare quantomeno con città di medie dimensioni, come Vicenza, Verona, Bergamo, Rimini, ecc, città nelle quali le attività  fieristica, espositiva e congressuale sono presenti e, a volte in sviluppo. Come sempre serve vera convinzione e condivisione della comunità di tutta la vasta area lombardoorientale delle forze politiche ed economiche, superando gelosie e campanilismi.

Oltre a ciò  è nostra convinzione che una città non può essere costituita da tante “isolette”, da attività scollegate quando non addirittura antitetiche, da associazioni e società che, ciascuna per se, senza alcun collegamento o rapporto, pur avendo l’obiettivo comune di vivacizzare o dar lustro alla città, impiegano singolarmente ingenti risorse della comunità. Spesso una singola  attività si organizza con strutture societarie o direttive che impegnano troppi componenti, consigli di amministrazione con una pletora di consiglieri, uno per partito o uno per corrente o per categoria, con comitati tecnici a latere o direttivi operativi esagerati, creando organismi costosi e non preoccupandosi di coordinare le proprie iniziative con altri organismi similari. Per dimenticare e superare questa abitudine tutta italiana allo spreco di risorse e al concetto ” nella mia parrocchia comando io” e sopratutto per riuscire a sorreggere e sviluppare con costi sopportabili attività importanti per la città, come un nuovo comparto fieristico-sportivo-congressuale ci si deve convincere che le sinergie sono indispensabili e che si deve “unire le forze”.

* Imprenditore

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