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Crisi

Lavoro, Medtronic conferma le chiusure di Roncadelle e Torbole

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Invatec, oltre 300 posti di lavoro a rischio nel Bresciano

Medtronic conferma la volontà di chiudere gli stabilimenti bresciani, dicendosi disponibile soltanto ad allungare i tempi e a trovare nuove soluzioni (“anche coinvolgendo aziende concorrenti”) per la riqualificazione dei siti. E’ quanto afferma l’azienda in una nota in seguito all’incontro al ministero dello Sviluppo economico, avvenuto ieri a Roma. Ora la parola passa ai sindacati, che quasi certamente confermeranno gli scioperi annunciati nei giorni scorsi.

LA NOTA DI MEDTRONIC

Medtronic ha partecipato all’incontro con i rappresentanti del Ministero del Lavoro e dello Sviluppo Economico e le rappresentanze sindacali, per discutere le modalità con le quali ridurre al minimo l’impatto della propria decisione di cessare le attività degli stabilimenti Invatec di Brescia entro il 2020.

Nel corso dell’incontro Medtronic ha sottolineato come la decisione sia legata a un progetto globale di revisione delle attività produttive del gruppo, che ha l’obiettivo di migliorarne l’efficienza complessiva, in uno scenario mondiale sempre più competitivo.

L’Italia è un Paese importante per Medtronic. In Italia il gruppo ha investito molto in questi anni, passando dai circa 500 dipendenti dal 2008, in un’unica sede, agli oltre 2.000 di oggi, in 8 siti produttivi e direzionali. La presenza di Medtronic nel nostro Paese è seconda, in Europa, solo all’Irlanda e significativamente maggiore rispetto alle principali aziende del settore.

Medtronic è più che sensibile e rispettosa delle persone e riconosce il contributo portato in questi anni dai dipendenti del sito di Brescia.

Per questo, ha deciso di incaricare una società specializzata italiana, Vertus, di individuare attivamente opportunità di reindustrializzazione del sito, anche coinvolgendo aziende concorrenti.

Inoltre, proprio per facilitare questo progetto, si è dichiarata disponibile a riconsiderare le tempistiche del piano di riduzione del personale.

Medtronic ribadisce appieno la propria disponibilità a cooperare con il Governo e le parti sociali, per trovare soluzioni condivisibili che favoriscano nuove opportunità di lavoro per i propri dipendenti del sito di Brescia.

Invatec, i lavoratori sperano nel governo e annunciano nuovi scioperi

in Crisi/Economia by
Invatec, oltre 300 posti di lavoro a rischio nel Bresciano

Continua la protesta dei lavoratori della Invatec di Brescia, che rischiano il licenziamento dopo che la multinazionale americana Medtronic ha comunicato la decisione di voler chiudere entro giugno 2020 gli stabilimenti bresciani di Torbole Casaglia e Roncadelle. I posti di lavoro a rischio sono 314.

Giovedì ci sarà un incontro al minitero dello Sviluppo Economico, mentre ieri i sindacati hanno annunciato un nuovo sciopero con data da definire. “Respingiamo fermamente la decisione di Medtronic di cessare le attività nelle sedi bresciane – hanno scritto in una nota congiunta i sindacati di categoria -, non giustificata da nessuna condizione di difficoltà economica dell’azienda, che fa utili, ma unicamente orientata alla logica finanziaria del maggior profitto possibile”. Tutto ciò sulla pelle di oltre 300 lavoratori e senza alcuna remora morale in tema di responsabilità sociale”.

La speranza è che le pressioni del governo – con il vicepremier Di Maio al lavoro per una soluzione – la multinazionale faccia un passo indietro.

Boglioli di Gambara, dopo i licenziamenti scatta la protesta

in Aziende/Boglioli/Crisi/Economia by
L'outlet della Boglioli di Gambara

Scatta la protesta alla Boglioli di Gambara, società controllata da un fondo spagnolo (Phi Industrial Acquisitions) e ammessa al concordato preventivo in continutà. L’azienda del settore abbigliamento ha avviato le procedure di licenziamento collettivo per 50 dei 181 operai (in prevalenza donne) che da circa un anno si trovano costretti a fare i conti con la crisi e con la Cigs. Nei giorni scorsi, nella Bassa, si è tenuta una partecipata assemblea convocata dalla Cgil e i lavoratori sono pronti a dare battaglia. Nell’incontro del 14 dicembre – come informa Bresciaoggi –  i rappresentanti degli occupati chiederanno il ricorso al contratto di solidarietà in alternativa ai licenziamenti: se andrà diversamente scatteranno gli scioperi e forse addirittura una clamorosa protesta alla prossima edizione di Pitti.

Carnevali, 100 famiglie a rischio. La Loggia: serve una soluzione

in Abbigliamento/Comune di Brescia/Crisi/Economia/Evidenza/Fallimenti/Istituzioni by
La sede di Carnevali Abbigliamento a Brescia

Dopo quasi 80 anni di storia volge al termine la storia del Gruppo Carnevali abbigliamento. Le società che fanno riferimento ai fratelli Federico e Francesco Bani, infatti – come anticipato nelle scorse settimane – sono state sciolte con la loro conseguente messa in liquidazione lo scorso 25 settembre.

I lavoratori coinvolti dal crac sono circa un centinaio. L’Amministrazione comunale, con una nota, “esprime vicinanza ai lavoratori e alla proprietà del gruppo Bani Carnevali e della sua controllata Carnevali Spa, messe in liquidazione dopo il rigetto del concordato preventivo”.

“L’azienda, nata a Brescia nel 1940, ha contribuito allo sviluppo commerciale della città vestendo generazioni di bresciani. – si legge ancora – La scomparsa di questo storico brand, messo in difficoltà dalla pesante crisi del comparto abbigliamento, rappresenterebbe una perdita grave per l’intero tessuto economico cittadino. L’Amministrazione comunale – conclude il testo – si augura quindi che, in questa fase critica, possa essere trovata presto una soluzione affinché non scompaia un pezzo importante della storia imprenditoriale bresciana”.

La Boglioli ammessa al concordato preventivo

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Boglioli ammessa al concordato preventivo - immagine dal Web

Boglioli comunica che il Tribunale di Brescia, con provvedimento depositato lunedì 25 settembre 2017, ha ammesso la società alla procedura di concordato preventivo convocando inoltre l’adunanza dei creditori per il 18 gennaio 2018. L’ammissione da parte del tribunale è un passo fondamentale nell’ambito del rilancio dell’azienda – si legge nella nota ufficiale -, attraverso il quale gli organi della procedura hanno ritenuto il piano presentato, supportato dal nuovo azionista PHI Industrial Acquisitions, meritevole di essere sottoposto al voto dei creditori, che avranno l’ultima parola al riguardo.

I nuovi fondi per il rilancio dell’azienda, già impegnati da parte del nuovo socio, saranno sbloccati e messi a disposizione dell’azienda non appena intervenuta l’omologa del concordato. Inoltre, la società rende noto che tutte le deleghe operative sono state conferite al nuovo Presidente, Francesco Russo, come naturale avvicendamento con Andrea Perrone (chiamato dal precedente azionista WISE Sgr a gestire l’azienda nel difficile momento), in seguito al cambio di azionariato (100%) avvenuto lo scorso mese di luglio, quando PHI Industrial Acquisitions è subentrato nella veste di nuovo azionista di controllo della società.

“In questi primi mesi di lavoro abbiamo già potuto toccare con mano l’enorme potenziale che Boglioli ha nei principali mercati mondiali, grazie alla forza del suo brand e all’eccellenza del suo prodotto, e siamo entusiasti di lavorare con tutte le nostre forze ed energie per riportare l’azienda tra i leader nel mondo nel capospalla e nell’eleganza maschile”. Francesco Russo dal 2014 fa parte del team del fondo PHI Industrial Acquisitions in Italia, ed ha una forte esperienza manageriale nel campo della moda e del tessile, avendo recentemente ricoperto, tra l’altro, i ruoli di direttore generale di La Perla, e di Presidente e Amministratore Delegato di Mascioni. Andrea Perrone, in accordo con i nuovi azionisti che lo ringraziano per il suo operato, continuerà a sedere nel Consiglio di Amministrazione di Boglioli, proseguendo così il suo contributo per la società.

Calano le imprese under 35 a Brescia, in crescita solo tatuatori e broker

in Associazioni di categoria/Camera di commercio/Crisi/Economia/Lavoro/Tendenze by
Un tatuatore all'opera

Dai dati del Registro Imprese elaborati dall’Ufficio Studi e Statistica della Camera di Commercio di Brescia sono 11.349 le imprese bresciane guidate da giovani con meno di 35 anni, ovvero il 9,5% delle imprese registrate. Valore questo che colloca Brescia in quarta posizione nella graduatoria regionale, ex equo con Bergamo, per presenza dei giovani nel tessuto imprenditoriale.  Donne e stranieri sono i protagonisti delle giovani imprese bresciane: quasi un’impresa giovanile su tre è guidata da donne, mentre il 24% delle imprese under 35 è condotta da stranieri. Le attività produttive gestite dai giovani bresciani si concentrano prevalentemente nei settori tradizionali quali: il commercio (che assorbe il 21,7% delle imprese giovanili), le costruzioni (il 16,4% con 1.866 imprese), turismo con alloggio e ristorazione (12,2%), servizi alla persona (8,1%) e industria manifatturiera (7,9%).

Esercitano per la maggior parte l’attività di impresa da titolare, infatti oltre sette imprese giovanili su dieci sono gestite da imprenditori individuali. Più nel dettaglio i giovani titolari gestiscono bar e ristoranti; fanno i barbieri, i parrucchieri e i tatuatori; i muratori ed i tinteggiatori; gli agenti e broker delle assicurazioni; gestiscono imprese di pulizie e manutenzione del paesaggio; conducono aziende agricole associate all’allevamento di animali; vendono autoveicoli ed eseguono riparazioni; svolgono il commercio ambulante.

Nell’ultimo anno la base imprenditoriale giovanile si è ridotta del 4,3% corrispondenti a 505 imprese in meno. Intensa la diminuzione negli ultimi cinque anni: -21%, ovvero 3.006 imprese in meno. Gli effetti della crisi economica sono evidenti, tra il 2011 e il 2016 si è assistito ad un processo di invecchiamento della componente direttiva delle imprese bresciane. Nel 2011 circa 11,7% dei titolari o soci delle imprese era costituito da under 35, nel corso degli anni la componente si è progressivamente ridotta fino ad arrivare al 9,5% del 2016.

L’andamento negativo è determinato dal crollo delle imprese di costruzioni, diminuite in un anno dell’11,5% e del 46,1% in cinque, settore che continua a scontare gravi difficoltà, a cui si aggiunge la flessione dell’industria manifatturiera (-6,6% sul 2015; -32,4% sul 2011); dell’agricoltura (-1,6% sul 2015; -20,2% sul 2011); del commercio (-2,2% sul 2015; -13,7% sul 2011). Più contenuto il calo nel settore della ristorazione (-2,6% sul 2015; -4,3% sul 2011) e nell’aggregato degli altri servizi (-2,8% sul 2011; -15,4% sul 2011). Nonostante la diminuzione generalizzata degli imprenditori under 35, i giovani bresciani creano nuove opportunità imprenditoriali nelle attività finanziarie e assicurative come agenti e broker delle assicurazioni (cresciuti rispetto al 2011 del 19%); sono attivi anche nei servizi di supporto alle imprese, con attività di pulizia di edifici, di cura e manutenzione del paesaggio (inclusi parchi, giardini e aiuole), di servizi di fotocopiatura e disbrigo pratiche.

Anche nei servizi alla persona si rileva una certo dinamismo, in particolare nell’ambito delle attività di cura del benessere fisico con l’apertura di centri di yoga e shiatsu, nonché nelle attività di tatuaggi e piercing.

Duferco Sviluppo di Antonio Gozzi compra l’ultimo pezzo della Stefana

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Antonio Gozzi Duferco

Duferco acquista la Stefana. Anche l’ultimo pezzo dell’azienda di via Bologna a Nave è stato aggiudicato: la Duferco Sviluppo – controllata dal Gruppo Duferco di Antonio Gozzi, leader di Federacciai – ha vinto l’asta battendo altre tre concorrenti rialzando il prezzo fino a 11 milioni di euro (dai 5 di partenza).

Con 11 milioni di euro Duferco Sviluppo ha acquisito il laminatoio, gli impianti annessi e tutta l’area circostante, dove sono stoccate anche 26 tonnellate di materiali. Dopo due anni, dunque, e le lettere di licenziamento già partite, anche i 139 dipendenti dell’ultimo ramo di azienda Stefana possono tirare un sospiro di sollievo. Il resto dell’azienda era già stata smembrata e venduta negli ultimi 24 mesi: al Gruppo Esselunga è andato il Ramo di Ospitaletto, al Gruppo Feralpi il sito di via Brescia a Nave, e all’alfa Acciai quello di Montirone.

L’ultimo passo è il raggiungimento di un accordo con i sindacati, ma non dovrebbe essere un ostacolo viste le parole a caldo del leader della Fiom-Cgil Francesco Bertoli riportate dal Giornale di Brescia: “Ora ci si confronterà con una nuova proprietà, però esprimiamo soddisfazione per il risultato raggiunto: tutti i 700 dipendenti del gruppo Stefana, ora hanno una prospettiva di lavoro. Per cui siamo contenti”.

Leali steel, niente concordato. C’è il rischio fallimento

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Rischio fallimento per la Leali Steel dopo che il giudice del tribunale di Trento ha deliberato l’impraticabilità della strada del concordato. Ora, dunque – secondo quanto riferito dal quotidiano Bresciaoggi – l’azienda torna “in bonis”. Ma uno qualsiasi dei creditori può presentare istanza di fallimento. Un’ipotesi drammatica per gli oltre 230 dipendenti dell’azienda, di cui 132 nello stabilimento di Odolo. Tra l’azienda e il fallimento ci sono comunque i tre interessamenti arrivati ad oggi, quelli di Acciaierie Venete (43 milioni), Ori Martin (39 milioni, vincolati all’acquisto diretto del laminatoio di Odolo) e MoSteel (2,5 milioni per il solo stabilimento di Borgo Val Sugana).

Stefana, sono 140 i lavoratori a rischio

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Sono 140 i lavoratori che rischiano il posto alla Stefana di Nave. Alla scadenza fissata per il sesto bando, infatti, non sono arrivate offerte per il sito di via Bologna, in concordato preventivo, nonostante le diverse manifestazioni di interesse arrivate nelle settimane precedenti da gruppi italiani e stranieri. E l’assenza di offerte sorprende tutti i soggetti coinvolti, che confidavano in una positiva chiusura della vicenda in tempi brevi come testimoniato dal fatto che per i lavoratori erano stati chiesti due mesi di cassa integrazione (scaduti a febbraio). Il commissario giudiziale Valerio Galeri, a Bresciaoggi, ha parlato di incredulità e angoscia per gli ultimi sviluppi. Mentre il segretario della Cgil Damiano Galletti ha accusato Aib di essere stato troppo assente.

La base della trattativa, lo ricordiamo, era di 10 milioni di euro, più la presa in carico dei 140 lavoratori (di cui 30 in vista di pensionamento).

Apindustria: segnali positivi su fatturato, produzione e ordini

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Douglas Siveri presidente Apindustria

In crescita fatturato, produzione e ordini, stabili gli investimenti e l’occupazione. L’analisi congiunturale sul quarto trimestre 2016 realizzata dal Centro Studi Apindustria tra un campione di imprese associate conferma il moderato ottimismo dei periodi precedenti. I dati medi di sintesi dei principali indicatori appaiono positivi: per il 59% del campione il fatturato è in crescita, così come la produzione (49%) e gli ordini (52%). Stabili gli investimenti nella quasi totalità del campione (e per un quarto in crescita), segnali più che positivi arrivano dal fronte occupazionale: un quarto del campione ha ampliato l’organico, il 70% lo ha mantenuto stabile e solo il 6% ha avuto riduzioni di personale. Restano situazioni di difficoltà per un nucleo di imprese, seppure in misura inferiore rispetto al periodo precedente: il 30% delle imprese continua ad avere impianti decisamente sottoutilizzati (ma un terzo di queste ha migliorato la situazione rispetto al terzo trimestre) e nel 10% dei casi è in grave difficoltà. Il 6% del campione registra al contrario una crescita decisa nell’utilizzo degli impianti.

Le aspettative per il 2017 sono discretamente positive: dove nel 2016 si è assistito ad un miglioramento (leggero o sensibile), anche per il 2017 la sensazione è positiva; la percezione per il nuovo anno rimane negativa per le aziende in cui il 2016 non ha dato segnali positivi. Un timido segnale positivo viene invece dalle previsioni sul mercato europeo per le aziende in cui il 2016 ha manifestato un leggero calo. Per quanto riguarda il settore metalmeccanico (poco più della metà del campione) non ci sono differenze sostanziali ma emergono note leggermente più positive nei valori percentuali per quanto concerne fatturato, produzione, ordini e occupazione (segnalata in crescita in oltre un quinto delle aziende). Per il 2017 le aziende metalmeccaniche intervistate manifestano sensazioni più positive sul mercato italiano ed europeo. Si prevede invece una situazione stabile per i commerci con destinazione extra UE.

«Le previsioni delle imprese per il 2017 sono incoraggianti, soprattutto per quanto riguarda il mercato europeo ed italiano – commenta Douglas Sivieri, presidente Apindustria Brescia -. Che la ripresa debba passare anche dal mercato interno lo diciamo da tempo e il fatto che le imprese vedano un po’ meno grigio su questo fronte fa ben sperare. Anche sul piano occupazionale, peraltro. Nei giorni scorsi i dati sulla cassa integrazione diffusi dall’Inps hanno confermato che le imprese ne stanno chiedendo molta meno: le cause sono molteplici ma è indubbio, come rileva anche l’analisi congiunturale tra i nostri associati, che in questo momento sono più le imprese che assumono che non quelle che licenziano. Fa riflettere, invece, in un contesto nel quale l’euro non è senz’altro ai massimi livelli, la previsione di stazionarietà delle imprese sui mercati extra UE».

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